La vetta in partenza di carriera, anche in questo caso, avviene pure con i Tindersticks, opera monumentale, 23 pezzi, 23 capolavori, opera rock infarcita di un decadentismo abbagliante, huysmansiano nell'anima, rivestito di romantici ardori, di velato erotismo, di mistero insostenibile. Solo col secondo lavoro (suppur inferiore a questo) si ripeteranno a livelli così alti.

Per addentrarsi al meglio in questo disco sarebbe necessario comprendere la parola “Spleen”: è una parola inglese che significa milza, l’organo che, nella teoria degli umori di Ippocrate, secerne la bile nera, responsabile del carattere malinconico. Lo “spleen” potrebbe essere male esistenziale e fisico assieme; ma non è tutto, in esso si fondono la noia, l’angoscia e i turbamenti profondi dell’artista, potrebbe essere a conti fatti quella brezza interna che seccerne l’ispirazione.

I Tindersticks sono pregni di questo spleen, è possiedono il raro dono di scrivere grandi canzoni, ora di largo respiro come “Jism” che parte con delle immense e voluttuose vampate d’organo per poi concatenarsi in saliscendi introspettivi di rara bellezza; ora di un intimismo disarmante come in “Patchwork”, mesta lullaby per strimpellio di chitarra emozionale, ora di un fasto e guitto barocco come in “The Not Knowing”, mantenendo di volta in volta intatto un gusto altissimo per la forma e per gli arrangiamenti, con gli archi che enfatizzano brillantemente ogni soluzione armonica (pochi dischi rock hanno saputo usare gli archi in modo così lussureggiante).
Lo spettro delle soluzioni stilistiche è sconfinato, c’è perfino un flamenco, “Her”, che suona prepotente, delirante, carico d’eros e stravaganza con un coro di appetitose ninfee Monetiane salite dall’inferno a dar lustro alle pantomime Fellinian-lussuriose del gruppo.
Fascinose le atmosfere morbose che riescon a creare come in “Whiskey and Water” dove le sincopi dark battenti esplodono in fragorosi flash hard rock e derive psichedeliche di gran suggestione.

A predominare sono le tinte forti fino a stordire per accumulazione di pulsioni strumentali come in “Tyed”, “City Sickness”, “Milky Teeth” e “Tie Dye”; ed ancora: le atmosfere caliginose di “Raindrops”, una delle più luccicanti canzoni mai scritte, con xilofoni a catinelle su un tema ripetitivo di pianoforte; il pop orchestrale anni 50 di "Sickness", danno un tocco di raffinatezza al tutto.
Si ha come l’impressione che queste esecuzioni siano adombrate dagli spettri che si ergono spaventosi di Nick Cave (principale fonte d’ispirazione credo), Leonard Cohen e Tom Waits, i 3 mostri sacri dello spleen d’autore.

Quel che abbiamo di fronte mentre la magnificenza dell’ascolto prosegue è di un gruppo dedito all’esecuzione di salmi per bordelli frequentati da filosofi e uomini di profonda cultura, artisti col fuoco sacro dell’ispirazione attorniati da sante e da puttane (i confini sono labili); dove le sante sono le Madonne del Munch, le cosiddette Madonne “puttane” (dal suo dipinto del 1893) o le fanciulle vergini come quella di “Puberty” sempre di Munch, in veste di oggetti sacrificali d’intrattenimento che irradiano immagini simboliche Stendhaliane per le solipsistiche masturbazioni oniriche dell’ensemble.
La voce di Stuart Staples è quella dell’artista interiormente dilaniato, la sua cadenza moscia , fatalista e pigra come di un Chris Isaak intorpidito da un sonno spezzato.

I Tindersticks ascoltati qui sono un gruppo piovuto dallo spazio ad abitare un Settecento di panopticon e automi, freaks e cimici, intenti ad estrarre dal buco nero del passato miti di trasgressione e cerimoniali kitsch.
Verso la fine con pezzi sinistri quali “Drunk Tank” o “Paco De Renaldo’s Dream” pare di scivolare in un incubo privato, con cadenze da colonna sonora di un noir-horror, si ha, se non altro, più che l'estetica ultraromantica del decadentismo, la sublimazione del kitsch decadente, dato che ogni partitura è stata un delirio che si affidava a tutte le forme di farnetico. Il kitsch catapulta l'eccezionalità aristocratica dei soggetti in questione in un gioco di specchi dove ogni cosa è labile nei confronti del suo opposto, mischiando immemori e strippati di estasi intenti nobili ed intenti spregevoli, un kitsch senza volontà di potenza non avrebbe senso e questa, a mio parere, è la grande differenza con il cattivo gusto: al cattivo gusto manca l'interesse per l'elevazione nella costrizione, sia sociale che culturale. Il cattivo gusto è statico.

Buon ascolto.

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