La tecnica, il gusto, l'espressività, l'originalità di ogni musicista al mondo sono il risultato della sua personalità, sensibilità, passione, curiosità, applicazione. Il primo passo per la creazione del proprio stile e del proprio atteggiamento musicale è sempre la doverosa assimilazione di opere e creazioni altrui, fase questa indispensabile per poter passare all'elaborazione del tutto in un proprio stile (sperabilmente) personale ed efficace. Non si scappa: ogni gloria musicale al mondo, anche la più alternativa e trasgressiva, anche gli Zappa e i Nick Drake, i Beatles come i Weather Report, hanno ascoltato, amato e assimilato centinaia di artisti, migliaia di brani prima di uscirsene fuori colla propria unica ed inconfondibile musica.
Suonare in cover band o in tribute band, così come pubblicare dischi di sole cover, è un'attività che nasce già di per sé limitante e circoscritta: creare la propria musica è il vero ed unico obiettivo artistico in grado di soddisfare pienamente ispirazione, orgoglio, sacrificio e pure narcisismo di ogni musicista. E' questo, a mio giudizio, il grande peccato originale dell'ambiente classico, sinfonico operistico o da camera che sia, impegnato solamente nella perniciosa riproposizione di intuizioni e studi e creazioni messe a punto in un passato parecchio remoto, che ha fatto il suo tempo e perciò proponibile ai tempi d'oggi solo in termini di rivisitazione, non di sviluppo e rigenerazione.
Questa tendenza è ormai arrivata con forza anche nel campo della musica cosiddetta popolare, ossia del pop ed il rock, a dimostrazione che dopo l'enorme spinta iniziale e i fruttiferi decenni di gloria (diciamo dai sessanta ai novanta del secolo scorso) il motore della creatività e della genialità ha parecchio rallentato, e le vecchie cose ante duemila stanno assumendo la statura di "classici", per il semplice fatto che il presente è, con evidenza, assai più asfittico e meno interessante dei gloriosi anni dell'esplosione e dell'affermazione di quei generi.
Ed ecco allora il fenomeno degli album di sole cover, un mercato che vent'anni fa semplicemente non esisteva; una moda, come già accennato, con radici e ragioni evidenti nella pochezza attuale della proposta musicale internazionale in ambito pop e rock rispetto ad un passato ancora vivo e recente, un fenomeno che difficilmente può stimolare qualcosa in più della curiosità, della volatile soddisfazione del confronto, del facile ma epidermico agio nel risentire melodie già conosciute ed affermate, del giudizio fine a se stesso che può comunque risolversi fra tre possibili sentenze:
1) E' (più o meno/abbastanza/decisamente) uguale all'originale
2) E' diversa, ma in peggio
3) E' diversa, ma migliore, bravi!
Nel 2002 i Toto intesero di partecipare a questa corsa modaiola all'album di cover, per divertirsi, per omaggiare alcuni loro maestri e punti di riferimento, per portare in superficie qualcosa di già esistente nella loro sala prove...nel senso che anche loro, come ogni gruppo al mondo senza distinzioni, hanno sempre eseguito cover alle prove: per riscaldarsi, per cazzeggiare, per provare nuovi musicisti, per ispirarsi...
Utilizzando i parametri 1), 2) e 3) sopra enunciati, il mio assolutamente personale giudizio indirizzato alle undici tracce dell'album è il seguente:
1) "Could You Be Loved" (di Bob Marley) = 1): il reggae mi annoia assai... originale o coverizzato che sia.
2) "Bodhisattva" (degli Steely Dan) = 1): pezzo della madonna, ma l'assolo di Denny Dias era meglio di questo del buon Lukather: più fluido, più be-bop.
3) "While My Guitar Gently Weeps" (dei Beatles)= 1): meglio George Harrison con Clapton, dai.
4) "I Can't Get Next To you" (dei Temptations) = 1): ben fatta, comunque.
5) "Living For The City" (di Stevie Wonder) = 1): tra la voce del genio cieco e quella di Kimball non ci può essere gara, però.
6) "Maiden Voyage" (di Herbie Hancok) = 3): grandiosa, suoni perfetti, fusion da professionisti inarrivabili, il lavoro di Lukather alla chitarra e l'assolo di piano di David Paich sono magnifici. La migliore del lotto.
7) "Burn Down The Mission" (di Elton John) = 1): uguale sputata, ma fatta benissimo, con i suoni potenti e avvolgenti consentiti dai trent'anni passati dall'originale. Bravo Kimball a cantare Elton, bravissimo Paich a suonare Elton, mito di ogni pianista rock.
8) "Sunshine Of Your Love" (dei Cream) = 3): per spezzare la monotonia del riff, i Toto si inventano misure dispari qui e là. Simon Philips rende giustizia all'infelice drumming di Baker sull'originale, assicurando adeguata spinta e dinamica.
9) "House Of The Rising Sun" (degli Animals) = 2): irricreabile l'aria beat e psichedelica dell'originale, vero simbolo del pop datato 1964, a sua volta una cover comunque, dato che il brano è considerato un Traditional di autore ignoto.
10) "Watching The Detectives" = 1): non mi piace Costello, non mi piace questa cover.
11) "It Takes A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry" (di Bob Dylan) = 2): vedi sopra.