C'è stato un momento in cui essere fan dei Twenty One Pilots era un'esperienza che assomigliava parecchio al non perdersi nemmeno un episodio della propria serie fantasy preferita. Quasi dieci anni fa il duo composto da Tyler Joseph e Josh Dun ha inaugurato, seppur in una forma ancora embrionale, una lore incentrata sul personaggio di Clancy (interpretato nei video proprio da Joseph), membro del gruppo ribelle dei Banditos e artefice di numerosi tentativi di fuga dalla città immaginaria di Dema, oppressa dai nove vescovi capitanati da Nicholas “Nico” Bourbaki. L'intreccio tra questa narrazione e quella più personale (e insieme universale) su ansia e insicurezze è stata verosimilmente la chiave del successo di "Blurryface" (2015), trainato dai musicalmente agghiaccianti singoli "Stressed Out" e "Ride". L'espansione della storyline si è accompagnata ad un'evidente maturazione artistica nel successivo "Trench" (2018), ad oggi il loro apice, in cui le influenze reggae e hip-hop sono state calate in territori più oscuri grazie alla coloratissima produzione di Paul Meany, che ha aiutato i Twenty One Pilots ad esplorare tutte le potenzialità del loro pop multiforme.

Il tentativo di Joseph e Dun di allontanarsi almeno per un momento da una lore diventata troppo ingombrante (cito alcuni titoli di canzoni: "Nico and the Niners", "Bandito", "Leave the City") è arrivato tre anni fa con "Scaled and Icy", disco fuori fuoco e fin troppo aderente a strutture del moderno pop-rock radiofonico per suscitare interesse. Fatto salvo per il notevole airplay del ruffianissimo singolo "Shy Away", l'album è stato un insuccesso su tutti i fronti, tanto che sono nate speculazioni sul fatto che "Scaled and Icy" fosse un prodotto di propaganda imposto a Clancy dai vescovi di Dema.

Resisi conto del passo falso e desiderosi di riconquistare i favori di pubblico e critica, qualche mese fa i Twenty One Pilots hanno iniziato a promuovere il nuovo album "Clancy" come un "ritorno a Trench" e "il capitolo conclusivo della saga". Un singolo come "Overcompensate" spara tutte le cartucce per cercare di convincerci che nulla sia cambiato dal 2018: apertura malinconica affidata al pianoforte, pattern di batteria incalzanti, un flow che omaggia Eminem, Paul Meany nuovamente alla produzione e persino un'interpolazione di "Bandito". Ma la chiave di lettura più giusta ce la fornisce il titolo: Tyler Joseph sta cercando di compensare per la mancanza di lore nell'album precedente, di convincersi di essere lui in primis nello stesso spazio mentale in cui si trovava sei anni fa. È un'apertura volutamente sopra le righe, ma è anche la perfetta sintesi delle abilità compositive del duo.

Qualche sospetto sull'attendibilità dei proclami si è materializzato con l'uscita di "Next Semester", seconda traccia dell'album e secondo singolo estratto: è vero che la sound palette di "Trench" era molto ampia, ma il pop-punk non ne faceva di certo parte. Il brano, già intrigante per le scelte strumentali (è costruito quasi esclusivamente sullo strumming distorto dell'ukulele), si fa notare anche per il bel testo: il protagonista ha un attacco di panico in mezzo alla strada, non ricorda quanto accaduto e viene incoraggiato da un automobilista a dimenticare le difficoltà passate e ricominciare con il piede giusto la sua vita accademica ("Can't change what you've done / Start fresh next semester"). "Backslide", che chiude il trittico di singoli, ci conferma quanto subodorato: i punti in comune tra "Clancy" e "Trench" sono veramente pochi. A voler cercare un parallelismo più azzeccato, la canzone è un'evoluzione del suono di "Blurryface": strofa pop-rap su un tappeto sonoro minimale basato su poche note di tastiera e ritornello a più voci di matrice emo.

Nelle rimanenti dieci tracce i Twenty One Pilots saltellano qua e là tra i generi, supplendo con la varietà a qualche calo d'ispirazione. Il pop-punk ritorna in maniera meno brillante in "Midwest Indigo", che soffre l'eccessiva gracilità del suono, complice l'assenza di chitarre ritmiche. "Navigating" ha un hook dalla metrica discutibile, ma è complessivamente una canzone più riuscita, in quanto assorbe con diligenza e modernizza il suono dance dei primi Bloc Party (ormai definibile come "classico" visto l'altro esplicito omaggio in tempi recenti, quello dei Paramore con "This Is Why"). "At the Risk of Feeling Dumb" procede con il pilota automatico, ma può vantare un ritornello anthemico e un bel messaggio sul sincerarsi della salute mentale dei propri amici.

E, se per tradizione non devono mancare un paio di passabili ballate acustiche, in "Clancy" ci sono anche momenti in cui si scorgono possibili evoluzioni del sound del duo. "Lavish", quasi interamente rappata, riprende il tema della compensazione per criticare l'ostentazione del lusso cui ricorrono molti per tentare di sopravvivere nell'industria musicale; unisce con successo un bell'arrangiamento d'archi e un refrain che pare uscito dall'ugola di Tame Impala, concedendosi qualche verso invero burlesco ("I see your problem is your proctologist got both hands on your shoulder while you're bottomless"). E torna nuovamente in mente Kevin Parker ascoltando la conclusiva "Paladin Strait", midtempo all'ukulele con moderate influenze disco e una coda sognante e ipnotica, che narra dell'ennesimo proposito di fuga da parte di Clancy ("I would swim the Paladin Strait without any floatation / Just a glimpse of visual aid of you on the other shoreline, waiting / Expectations that I'm gonna make it").

Gli unici scivoloni veri e propri si verificano quando Joseph e Dun si appiattiscono su stilemi assolutamente impersonali ("Routines in the Night") o quando decidono di strafare alzando all'inverosimile il tasso di drammaticità ("Vignette", che nel ritornello strizza l'occhio alla ormai quindicenne "The Pantaloon" e nelle strofe ci regala un'imitazione offensivamente brutta di Mike Shinoda).

Nonostante qualche brandello di lore continui a trasparire dai testi, il focus di "Clancy" non è sicuramente quello. La strategia promozionale è stata fuorviante e chi attendeva il seguito di "Trench" dovrà continuare ad attendere. Metabolizzate le tredici canzoni ed accantonata la delusione iniziale, però, rimane un giudizio positivo sull'opera. "Clancy" è un album vivace, variegato, molto orecchiabile e dotato di sufficiente personalità; naturalmente non bissa il successo totale di "Trench", ma quando su DeBaser implementeranno la mezza stella tra le 3 e le 4 sarà troppo tardi.

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