Nel Venerdì Santo del 2026 sboccia un giglio dalla terra degli U2.
Miracolo? Mah… se proprio doveva esserlo, magari sarebbe uscito la domenica di Pasqua. Perché qui di resurrezione non c’è traccia, sia chiaro.
Anche questo EP galleggia in quel limbo artistico della loro carriera che con il rock ormai non ha più nulla a che vedere, ma che almeno non scende degli abissi dei due “song of..”. E già questo vale quasi come una buona notizia.
Come nel precedente Days of Ash, le liriche sono molto profonde, ma stavolta intimistiche, trattando temi come la speranza, l’amicizia, la spiritualità, lo smarrimento e la trascendenza (quest’ultimi due temi ispirati, dice Bono, dall’album “Easter” di Patty Smith).
Elementi positivi, gli spunti, qua e là, di sonorità interessanti e gli arrangiamenti più essenziali, pur se ricercati. Ma soprattutto, niente tamarrate. Evento storico, se pensiamo alla lunga lista collezionata nell’ultima parte di carriera, a cominciare da Elevation per finire con American Obituary e passando per le varie Vertigo, Get On Your Boots, Volcano, The Miracle, The Showman). Tamarrata della quale, accingendomi ad ascoltare l’E.P., avevo un gran timore. Elemento negativo, l’ormai consolidata tendenza di Bono di occupare ogni singolo spazio dei brani, con testi di una lunghezza biblica e la spasmodica di ricerca del ritornellino orecchiabile.
Gli episodi migliori sono Scars (che però nel ritornello flirta un po' troppo con i Coldplay), Resurrection Song (bello il riff della intro à la Edge nei suoi momenti migliori) e Easter Parade, legata quasi senza soluzione di continuità a Resurrection Song, salvo poi perdersi nel solito ritornello formato “Songs of…”.
Gli altri brani spaziano tra il già sentito ed il trascurabile.
In definitiva questo E.P. non è un miracolo. Ma un raggio di sole nel buio tunnel degli U2000, questo si.