Passati ne sono di giorni dall'ultima volta che avevo sentito parlare del dio Moloch. Ebbene sì, il Sacro Toro era adorato pressochè ovunque nell'area culturale fenicia. Raffigurato come un vitello o un bue, oppure come un uomo con la testa di toro.

Una tradizione rabbinica dice che l'idolo era diviso in sette parti; in ciascuna delle quali veniva posta nell'ordine della farina, una colomba, una pecora, un'ariete, un vitello, un bue ed un neonato. Tutto questo veniva bruciato e sacrificato riscaldando la statua. Più tardi nella demonologia medioevale divenne un Principe dell'Inferno, specializzato nel rapire bimbi e nel fare piangere le madri. Milton lo annovera tra i più fieri degli angeli ribelli; nel primo libro del "Paradiso Perduto" incita le schiere demoniache alla guerra immediata nei confronti del Creatore.

Nel XXI secolo dell'era cristiana ormai se lo sono dimenticati tutti, meno che il mefistofelico Zorn e il vulcanico pianista-jazzista-classicista Uri Caine, che gli sacrificano niente poco di meno che il sesto volume dello zorniano "Book of Angels".

Una Masada come non la si era mai sentita. Pure il Jamie Saft Trio ci aveva regalato una Masada per pianoforte degnissima un po' di tempo fa, quello era proprio il Volume 1 della serie. Questo qua risulta altrettanto meraviglioso. Abbiamo un eccellente disco di piano jazz, con le forti tinte orientaleggianti e yiddish che contraddistingono tutto il canzoniere Masada, e con tutto il fuoco ed il virtuosismo che caratterizzano le esecuzioni di Uri Caine. Tra queste note si sentono eco di molti tra i più grandi pianisti del '900, senz'altro Art Tatum e Bill Evans come si legge sul sito di Tzadik, ma non solo.

Caine è una vera cascata di note. Tappeti sonori barocchi ed arabescati, suoni che trascinano l'orecchio in una sarabanda demoniaca a più voci. A volte sembra che abbia delle mani extra come una fantomatica divinità indiana, perchè ogni tanto si sentono ben tre melodie sovrapposte che fanno contrappunto tra loro. Misteri della Masada. Si ha l'impressione di essere davanti ad uno di quei quadri che si possono guardare pure un milione di volte, ma ogni volta si nota un piccolo dettaglio in più, e si avverte che questo ne potrebbe cambiare completamente il significato. Parafrasando Jarrett, Caine ha spesso corteggiato il fuoco, e spesso molte scintille sono crepitate in passato. Ma stavolta questo disco parla proprio il linguaggio della fiamma stessa, e si sente pure puzza di zolfo.

Raccomandato se vi piace il jazz mefistofelico, un vero sabba tumultuoso di note angelico-infernali-talmudiche. Se Dio ha creato il mondo con la parola, questi angeli gli si sono ribellati suonando.

E lo sapeva bene Uri Caine, che il diavolo è mancino, è subdolo e suona il pianoforte a coda.

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