Ogni tanto ne pescano uno, questi grandi mafiosi della musica (uno tra tanti, tutti uguali, depressi allo stesso modo) e lo promuovono, gli danno una speranza mentre guarda il fiume e non sa cosa pensare - guardiamo sempre il fiume quando non sappiamo cosa pensare. La città è piena di questi sfigati (venditori e compratori): i pub, i club da 30 posti, le strade deserte da 3000 - cantano “sei il solco più profondo del mio cuore” come quella poetessa indiana a cui faceva male forte, poi ha fatto la solita fine dei poeti e s’è buttata nel cesso.
Cos’abbia spinto la Virgin a promuovere Willy Mason lo sa il cielo e però hanno fatto in fretta a tirare lo sciacquone e così a Willy non lo voleva neanche la strada. “Hey, amico” - mi scrive nel libretto – “non so che cazzo hai in testa per comprare il mio cd ma a questo punto scrivimi che almeno ci conosciamo”. Dei milioni che hanno imbracciato una chitarra e mischiato Nick Drake e Woody Guthrie, Willy è uno dei più fortunati perchè in tanti hanno scritto e “Where The Humans Eat” è un piccolo gioiello. Se ne sono accorti anche i Radiohead, che l’occhio lungo hanno sempre dimostrato di averlo, e l’hanno portato con sé per l’ultimo tour.
“I like to sleep,‘cause when I sleep I dream of places I would be if I weren’t here right now” canta Willy mentre mi affaccio sul fiume a duemila chilometri da casa (ma quale casa poi?), sempre lo stesso fiume, lo stesso lato, la stessa espressione tutte le volte, la stessa ragazza vestita da dama che suona il piano per una sterlina mentre mi domando quale sia la fine dei poeti, e quale la mia.
Quando siamo partiti avevamo la stessa età e nel peggiore dei casi tra dieci anni si ritroverà dove mi sono fermato stasera.
Incrocio delicato e perfetto tra country e folk, tra malinconia della propria terra e spirito viaggiatore, “Where The Humans Eat” è uno dei dischi più belli degli ultimi anni, quasi interamente basato sul suono di una chitarra acustica. Uno dei miei dischi, ma proprio miei, e ora lo consiglio a voi.