Il dipinto di Caspar Friedrich "Monaco in riva al mare", del 1808, forse non è famoso quanto il capolavoro dell'artista, Viandante sul mare di nebbia, in cui un uomo contempla un paesaggio montano frastagliato e piuttosto ostile. L'ispirazione, però, è simile: l'insignificanza dell'uomo di fronte alla natura, non necessariamente ostile, anzi dipinta come attraente, ma decisamente inquietante. Ma una natura che, soprattutto, se ne infischia altamente delle nostre vicende personali.
Nel caso del Monaco, il paesaggio è talmente ridotto all'essenziale da sembrare quasi astratto. Friedrich anticipa l'assenza di forma dell'arte moderna e si guadagna un posto come lontano antenato di Rothko.
Prima di essere accusata di snobismo per questo excursus nel mondo dell'arte, preciso di aver studiato storia dell'arte a livello accademico e che il quadro di Friedrich ha una funzione decisiva in Submergence, film di Wim Wenders del 2017 con Alicia Vikander e James McAvoy, che ho recuperato scavando negli archivi di Prime, dove giacciono centinaia di film di discreta fattura.
La trama è minimalista al limite dell'ascetismo: Danielle, una biomatematica, e James, un agente segreto, si incontrano, si innamorano e sfidano un destino incerto. Ma già dalle professioni dei protagonisti iniziano i problemi. La biomatematica sarebbe quella che i profani chiamerebbero "biologia marina", ma Danielle ci informa con garbata superiorità accademica che il suo lavoro è molto più complesso. Lei cerca l'origine della vita negli abissi oceanici. James, invece, cerca di impedire che la vita già esistente venga fatta saltare in aria da qualche organizzazione terroristica. Due approcci diversi allo stesso problema.
I due, entrambi dotati di un patrimonio genetico nettamente superiore alla media e mostrati in vari stadi di nudità mai volgare (questo è Wenders, non un porno), si incontrano in un resort di lusso sull'Atlantico (certamente non un “all inclusive” a Ibiza) e si innamorano nel giro di pochi giorni. In quel breve intervallo riescono a fare ciò che nei film romantici di un certo livello è considerato essenziale: conversare filosoficamente sulla natura dell'esistenza, fissarsi intensamente negli occhi e, tra una riflessione metafisica e l'altra, conoscersi anche in senso biblico.
Poi si separano per le rispettive missioni e qui torna in scena il Monaco in riva al mare. Wenders prende la metafora, la lucida e la usa fino all'ultima goccia disponibile.
La minuscola figura dipinta da Friedrich davanti all'immensità del mare diventa Danielle, rinchiusa in una sfera metallica grande poco più di un armadio mentre scende a tremila metri di profondità. E diventa James, sepolto vivo in una prigione improvvisata dai terroristi.
In entrambi i casi l'essere umano è una creatura fragile che si confronta con qualcosa di immensamente più grande di lui: l'oceano, il fanatismo, il destino o, se preferite, la sceneggiatura di Wim Wenders.
Il gradimento del film dipende da diversi fattori personali:
Tuttavia devo segnalare due aspetti che hanno smorzato il mio entusiasmo.
La colonna sonora, composta quasi esclusivamente da musica classica (o classicheggiante), è così insistente da sembrare impegnata a ricordarci ogni cinque minuti che stiamo assistendo a un'opera Profonda, con la P maiuscola.
Ma soprattutto il finale.
Potrà soddisfare gli estimatori dei finali aperti, categoria che ama uscire dal cinema con più domande di quante ne avesse entrando. Personalmente, dopo quasi due ore trascorse in compagnia di personaggi intrappolati tra oceani, terroristi e riflessioni esistenziali, avrei gradito una conclusione meno ellittica. Non necessariamente felice. Non necessariamente tragica.
Semplicemente una conclusione.