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Wishbone Ash
Number the Brave

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Voto:

Undicesimo album del quartetto britannico: ad anni ottanta ben avviati, con tutte le fisime sulla necessità di essere accessibili, commerciali e zero contorti, quindi è notevole il salto rispetto al precedente lavoro “Just Testing” in termini di suono, equalizzazione, produzione, struttura dei pezzi, con tutte le melodie che vanno a semplificarsi e allo stesso momento ad evidenziarsi, anche perché gli “orpelli” folk e progressive vengono azzerati.

E cambia il bassista… se ne va Martin Turner e al posto suo viene a farsi un giro nei Wishbone il prezzemolo John Wetton (Family, King Crimson, Roxy Music, Uriah Heep, UK fino a quel momento!). Sarebbe di gran lunga la voce migliore a disposizione del gruppo, viste le limitate doti dei due chitarristi Andy Powell e Laurie Wisefield, invece questa sua presenza una tantum incide poco… probabilmente perché al suo arrivo le canzoni erano già belle che pronte, composte e arrangiate. John fa giusto in tempo ad aggiungerne una di sua composizione, e ad interpretarla. E’ il chitarrista Powell invece la prima scelta al canto solista: non era mai successo.

Ma soprattutto viene ingaggiato come produttore l’allora assai sulla cresta dell’onda Nigel Gray, quello dei Police. Sperando in un’impennata di carriera, il gruppo vi si affida completamente ed il risultato sono chitarre pulitissime, tintinnanti e piene di eco, “corpo” del suono assai dimagrito (tutto doveva essere scampanellante e pieno di acuti, in quegli anni), arrangiamenti che tirano verso il funky, parti strumentali concise e niente cambi di tempo, passaggi d’atmosfera, intro e outro, lungaggini varie (solo un brano supera i cinque minuti).

I dieci brani si equivalgono quasi, come qualità: nessuno brutto, nessuno epocale. L’iniziale “Loaded” sciocca subito i vecchi fans del quartetto: pare di sentire i californiani Little Feat con quelle chitarrine pulite ed agili dall’attacco assai funky, mentre sostengono il canto solista di Laurie Wisefield. “Where Is the Love” è invece un boogie, cantato da Powell e con Wisefield alla slide; molto migliorato Powell! Probabilmente a merito del produttore che, abituato com’era ad un cantante naturale e pulito come come Sting, deve avergli fatto un bel mazzo in studio.

Underground” non può essere considerata reggae bianco alla Police, ma in qualche modo li richiama con una figura ritmica ossessiva in stile Andy Summers, nonché qua e là un poco di ah-ah, oh-oh alla Sting; canta, spigliato e sicuro, di nuovo Powell. “Kicks on the Street” si rivela molto commerciale, e soprassedibile; chi la canta? Qui il produttore rimesta veramente le acque, facendo suonare bene il gruppo e contemporaneamente spersonalizzandolo persino vocalmente. “Open Road” sempre interpretata da Powell è gonfiata anche dai sintetizzatori (abominio!.. per loro che sono gruppo chitarristico per antonomasia); funkyssima e di nuovo somigliante ai Little Feat, con tutte quelle Stratocasterine magre ed agili.

Arriva anche una cover ed il pezzo è ben conosciuto: si tratta di “Get Ready” successone di Smokey Robinson, prima rhythm & blues nella versione dei Temptations del 1966, poi rock nella fortunata reinterpretazione dei Rare Earth nel 1970. La canta Powell e… ehm… meglio i Rare Earth!

Cominciano a questo punto, dopo la metà dell’album, i pezzi meno new wave, diciamo così: “Rainstorm” è un rock blues puntuto, cantato (così così) da Wisefield, che pare avere il raffreddore qui, essendo tutta di naso la sua emissione. Finalmente chitarre a pioggia, per la prima volta nel disco. “That’s That” che segue è quella composta e cantata da Wetton, scaracolla come una freccia e… pare “Easy Livin” degli Uriah! Al compianto Wetton piaceva tanto il particolare stile ai cori degli Heep, e qui fa il furbo e lo replica senza vergogna… Magari il pezzo era uno scarto del lavoro fatto con essi poco tempo prima, chissà. Quindi, cori forti e risonanti a circondare il suo vocione così maschio e diverso dalle vocine dei due chitarristi, e conduzione del brano decisamente comandata dal suo basso (missato troppo alto); Wishbone del tutto irriconoscibili in questo episodio.

Roller Coaster” la canta Wisefield ed è un piacevole funky blues, mente sulla canzone eponima a chiusura dell’album, con di nuovo Powell al microfono, tornano a spernacchiare qui e là i sintetizzatori (nelle mani di Wetton), gonfiando il panorama sonoro e cercando di abbellire uno sviluppo melodico non sufficientemente interessante.

Album “bellino”, se si può dire, assai di rottura perché con una semplificazione verso il pop inedita per i Wishbone, concentrata per buona parte nei primi brani in scaletta. L’edonismo anni ottanta qui ottiene il suo ennesimo tributo… in particolare le chitarre, pur massicciamente presenti ad anzi pure più trafficate del solito e senza mai un momento rarefatto e gentile come sempre avveniva in passato, stavolta suonano un tantino omologate e soprattutto magre, prive di bassi, oltreché iper prodotte.

I Wishbone Ash anno 1981 di quest’opera sono ancora riconoscibili, però decisamente in mutazione. Difficile soppesarne un giudizio fermo. Vigorosamente tirata per la giacchetta dalle cattive mode che si affermeranno sempre di più in quella disgraziata decade, e dal gusto pop del suo nuovo produttore, teso a contaminare la loro purissima indole di rocchettari dal cuore melodico, la band meriterebbe nell’occasione tre stelle al massimo. Il disco però è prodotto assai meglio del loro standard storico, le canzoni sono compatte e le melodie, pur banali, sono ben svettanti e rendono facilmente memorabili parecchie di esse… Insomma, arrivano le solite tre stelle e mezza, cioè il sette in pagella.

Commenti (Uno)

Turbitt
Turbitt
Opera:
Recensione:
Un album deboluccio dei nostri "Double guitar heroes". Hanno fatto meglio. Questo più di tre stelle non merita a mio avviso. Senza scomodare "Argus" io direi che gli sono già superiori i precedenti "Just Testing" e "No Smoke Without Fire". Diciamo che questo lavoro mi ricorda la stessa identica "virata" pop che fecero proprio nello stesso anno i Judas Priest con "Point of Entry". Album senza infamia e senza lode.


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