“Scopa liberi tutti” ovvero “Bella” ricomincia da sé

Posso dire che mi sono divertito alla visione, ma il film non mi è piaciuto granché. Può sembrare una contraddizione, in effetti. Ho trovato il film esteticamente allettante, ma un tantino ingenuo nella proposizione dei contenuti. Il motivo più importante per andare a vedere questo film sta forse nell’opportunità per molti spettatori di conoscere finalmente Lanthimos. Quindi, usate “Povere Creature” come pretesto per avvicinarvi alla filmografia precedente del regista. Uno su tutti “Dogtooth”. “Povere creature” lo considero una grossolana ripetizione di tematiche che nei film precedenti il regista aveva trattato con maggiore acume.

Sull’aspetto tecnico e scenografico e sulle belle interpretazioni dei protagonisti è stato detto tutto. Mi chiedo cosa sarebbe stato del film se lo avessero affidato al surrealismo goticheggiante di Tim Burton. Mah! E dato che sono fissato con il “fuori campo”, comunque la pensiamo, sottolineo che questo è uno quei film la cui costruzione rimane sempre “aperta” a nuove interpretazioni e traduzioni. L’immagine che ho selezionato e che vi propongo per la lettura dell’opera di Lanthimos è proprio la figura di “Bella” che qui però leggo come l’ennesima allegoria della nostalgia per un mitico “Stato di natura”, in cui l’Io cosciente individuale sarebbe libero da costrizioni interne e ipocrite convenzioni sociali. Vorrei perorare invece la battaglia storica e quotidiana dell'«Homo societatis» contro la restaurazione di una condizione illusoria e sostanzialmente ferina.

È vero che le “sovrastrutture” limitano in molti sensi la libertà individuale e collettiva, però, attenzione, è anche vero che sono funzionali e necessarie alla nascita dei “diritti” che consentono agli individui di vivere in pace all’interno dello stesso ambiente e che permettono di controllare l’aggressività lasciando spazio al rispetto reciproco. Per niente facile, com’è noto! E difatti, al livello dell’Homo societatis le cose vanno un po' meglio, ma non troppo, al punto che ci siamo inventati la “sovrastruttura – Stato -”, che continua ad adempiere alla sua funzione, per quanto “conformista” possa apparire, di intermediazione fra interessi contrapposti. Quindi, trovo davvero molto ingenuo questo approccio al tema della “sovrastruttura sociale”. Soprattutto poi se la critica alle “sovrastrutture” si riduce alla perorazione di una “libertà sessuale” incondizionata e sempre agognata nell’immaginario erotico collettivo, cui non credono oggi nemmeno le femministe più incallite e ideologicamente orientate, forse. Siamo ancora al “libero amore” degli anni 60/70 del secolo scorso come panacea di tutti i nostri mali presenti e futuri? Ok, parliamone.

Qui di fatto si intende appellarsi ad un leggendario “Stato di natura” opposto ad uno “Stato di cultura” foriero quasi di ogni male. Ma il rischio di un simile assunto è di finire poi per invocare un mal interpretato senso dell’«autonomia della coscienza individuale» e senza intermediari. In fondo “Bella” mi appare a tratti come il prototipo dell’essere umano che pretende di attingere solo a se stessa realizzando così, paradossalmente, le basi ultime di quella ideologia (dunque, “sovrastrutturale”, per definizione) che identifica la libertà come un fatto indipendente e antecedente la presenza dell’Altro. Una libertà che sarà padrona di se stessa, in assenza del limite costituito dall’Altro-da-me. “Bella” sembra assurgere ad una figura che si sente unicamente depositaria di diritti inalienabili e risponde unicamente alla propria coscienza. Ma è davvero velleitario simile presupposto in un contesto in cui le persone devono per sopravvivere condividere spazi, idee, intenzioni? Gli “Altri” non sono sempre un “fastidio” non li puoi cancellare dalla faccia della terra. Ci devi venire a patti prima o poi (da qui l’esigenza di una “sovrastruttura”)

Voglio dire che colgo sempre nel fondo di certa “fanciullesca ingenuità”, un certo perverso pensiero che auspica nell’intimo che la natura faccia il suo corso, tutto sommato. Un misto di mal interpretato senso dell’evoluzione darwiniana insieme ad un inconfessato appello a certo darwinismo sociale fanno capolino sempre in certo entusiasmo per un passato troppo ingiustamente idealizzato da certi intellettuali e filosofi assortiti e gente comune.

Dunque attraverso la struttura della fiaba e la tipizzazione di alcuni personaggi “archetipici”, si potrebbe dire si dipana il percorso di “individuazione” e di “autogestione politica” di “Bella”, infante in corpore adulto immune da “virali sovrastrutture sociali”, che novella “candide” mette alla berlina tutte le maggiori ipocrisie della società (di ogni tempo?) e non ultima si scaglia contro la sopraffazione operata da millenni di patriarcato spudorato. Gli argomenti sono complessi e condivisibili nella sostanza, ma il linguaggio adoperato mi suona un po’ troppo semplicistico.

Ma parliamo proprio del linguaggio di “Bella”: robotico, metallico quasi privo di inflessione, al limite dell’afasia (o della “psicosi”) mescolato a espressioni letterali (ugualmente “fredde”) appartenenti alla terminologia scientifica. Corredata di simile vocabolario “Bella” si accinge ad osservare e a designare il mondo che la circonda. Quel suo linguaggio scarno, essenziale, prototipico quasi, più che sottolineare l’ipocrisia della “sovrastruttura-mondo” finisce in realtà per rischiare di nascondere - l’incapacità di una coscienza di valutare attentamente il mondo che la circonda -. Con quel suo linguaggio povero finisce paradossalmente per ridurre la complessità stessa di quel mondo che vede gravato da inutili e bugiarde consuetudini (se partiamo dal presupposto che “denominare la realtà” significa interpretarla). La sua conoscenza del mondo si riduce a semplici e isolate impressioni passive. Lei non vive il mondo. Lo descrive, senza molta emotività, tutto sommato, e con tutto il distacco e la bulimia informativa di cui oggi soltanto un’AI (intelligenza artificiale) potrebbe essere capace. Questa visione del mondo di “Bella” è troppo impressionistica, troppo bozzettistica, finisce fatalmente per essere sommaria, priva di reale profondità. Al punto che concludi che la sua visione molto naif (scarnificata) del mondo è altrettanto falsa, ugualmente “sovrastrutturata”, nel senso che finisce per darti una visione pur sempre distorta, cioè parziale della realtà. La sua non è propriamente una “coscienza”, ma solo “passiva consapevolezza”; pura “passività in atto”, dunque. Spero, sia chiaro anche se posso sembrare la versione de noantri del Lanthimos più ermetico di qualche film addietro.

Dopotutto, Bella che pretende di potere tutto e vuole provare tutto, chiamata a rianimare una morale tediosa e conformista, cade in un equivoco ontologico, quasi: l’essere umano non è un mero accumulatore di dati, non è un semplice elaboratore di informazioni. Non è semplicemente immagazzinando conoscenza che si forma la “coscienza”. L’essere umano non è nemmeno una tabula rasa su cui si possa scrivere di tutto. Altrimenti, persino “Bella” finirebbe per essere vittima della propria stessa “purezza”, della propria “incontaminata natura” in quanto finirebbe per farsi forgiare da ogni singolo pezzo di mondo di cui si appropria. Alla faccia della libertà. Dunque, “Bisogna provare tutto?” esorta la “tenutaria filosofa”. Mi permetto di parafrasare una “mitica” canzone di Vecchioni (mi perdoni): “E la “Bella” conquistò conoscenza dopo conoscenza e quando fu di fronte al mare si sentì una sciocca (Vecchioni usava un termine più mirato) perché si accorse che più in là non si poteva conoscere niente”. - E tanta strada per vedere un sole disperato. E sempre uguale e sempre come quando era partita -.

È strano, “Bella” a volte vorrebbe picchiarli i cuccioli umani, altre volte prova compassione per le loro sofferenze e sembra che sia preda quasi di un accenno di senso di colpa. E da chi lo avrebbe appreso? Dalla lettura di Emerson? Lei priva di sovrastrutture, poco avvezza alla vergogna, si sente improvvisamente responsabile, se non altro simbolicamente, della sofferenza di altre persone. L’istinto crudele di sopravvivenza sembra essere degenerato in deliri collettivi di persecuzione e in sadismo sociale di cui siamo primi promotori anche soltanto indirettamente con la nostra indifferenza verso certe ingiustizie di questo mondo. E “Bella” si dispera perché viene così a contatto con una realtà che non soddisfa il suo innato (quindi biologicamente determinato) “senso di equità?”. O forse la verità è che nessuno è davvero innocente e la favola del buon selvaggio si infrange miseramente sulla consapevolezza che l’ordine biologico si fonda sull’«ingiustizia» esattamente come l’ordine sociale. Siamo portati “naturalmente” e poi culturalmente a ignorare, a soggiogare, ad abusare l’altro pur di sopravvivere?

E mettiamo pure che questa sia la narrazione di un auspicio: quello dell’affermazione del potere femminile sul potere maschile. O meglio della potenza sessuale femminile che non conoscerebbe periodo refrattario a differenza di quella maschile? Quali sconvolgimenti sociali, morali, etici potrebbero seguire il giorno in cui la donna diventasse completamente cosciente di questo potere e assecondasse i propri desideri di godimento senza stare a preoccuparsi dei giudizi e pregiudizi altrui? Chissà, invece che non risieda proprio nella “gravidanza extracorporea” la definitiva emancipazione della donna (ma questo è un altro film) È tutta qui la questione, dunque? Tutto si riduce all’esercizio della sessualità e di quella femminile in particolare, alla fine? Molto freudiano come assunto. È sempre sul corpo della donna che si decidono i destini dell’umanità, Alla fine? Ma che cosa sarebbe “naturale”, poi? La Bisessualità? La transessualità? La pansessualità? O più “naturale” sarebbe che ognuno avesse la facoltà di scegliere e senza subire l’ostracismo della collettività? O forse il futuro che ci aspetta è l’«Orgasmatic» di alleniana memoria, alla fine? In effetti, “Bella” mi ricorda un po’ la versione più brada della più sofisticata “Luna Schlosser” (Diane Keaton) la “poetessa” svampita de “Il dormiglione”. Certo l’autoerotismo artificiale ancorché di gruppo potrebbe risolvere tutte le elucubrazioni sovrastrutturali di tipo morale, ma sarebbe ugualmente divertente? Chissà! Speriamo soltanto che il libertarismo non si riduca unicamente ad una questione di scelta dell’oggetto sessuale preferenziale. E tuttavia, una donna liberata e che si libera di ogni tabù potrebbe spingere il maschio a farsene una ragione prima o poi con la conseguenza che ci sarebbero meno uomini nevrotici e la loro violenza e aggressività ne verrebbero potenzialmente disinnescate? Insomma, la “fissa del possesso” connaturata al maschio umano scomparirebbe magicamente?

Secondo me, “Bella” è piombata qui in mezzo a noi per darci la buona novella. Non che “l’individuo è migliore della società” o altre amenità simili, ma vuole dirci che in buona sostanza siamo “vittime” di “un approccio duale alla vita”. Vale a dire che “l’assunto di base” è che la società viene compresa, nella mente dei suoi membri, donne e uomini, tendenzialmente come un insieme di relazioni basate fondamentalmente sulla coppia”. Di una tale visione ristretta del mondo la prima vittima è la donna all’interno della coppia stessa tante volte. Al livello più collettivo questo concetto ci porta da una parte a trascurare il gruppo o a percepirlo come potenzialmente nemico o bene che vada il sistema di affiliazione basato sulla coppia degenera nell’allargamento “familista” dei propri orizzonti. L’anima socialista di Lanthimos si manifesta con tutta la sua prorompenza egalitaria? Qui il problema non è tanto la presenza soffocante inibente della sovrastruttura, ma esattamente il contrario, forse. Utilizzando certe terminologie della meta psicologia freudiana potremmo azzardare semmai che la “società” odierna difetta di “Super-Io”, cioè di sovrastrutture. Voglio dire che la figura di “Bella” potrebbe esprimere tutta la sua potenza rivoluzionaria se in società esistesse ancora il “conflitto”. Ma gli “istinti” (oggi “motivazioni”) non provocano più “conflitto” perché rimangono pur sempre compatibili tendenzialmente con le richieste o i dettami della società nel suo complesso. Non più conflitti da rimuovere, ma soltanto desideri inappagati da “reprimere”

In sostanza, due condizioni che sarebbero in conflitto, istinti e richieste ambientali, possono invece finalmente coesistere senza creare confusione, sensi di colpa, vergogna o ansia sul piano cosciente. E così finisco per sentirmi comunque “libero”.

E allora, “Bella” mia, benvenuta tra noi sovrastrutturati incalliti, ma arrivi tardi. In quanto, forse, prima ancora che sfuggire alla “prigione della coppia” la tua, la nostra prima “responsabilità”, il nostro primo dovere sarebbero proprio quelli di sottrarci ad una forma di fatalismo esiziale: quello che vuole che non sia possibile “comprendere” la vita, che ci illude che non si possa operare su di essa, ma che pretende di convincerci che “bisogna approcciarla con la semplicità d’un fanciullo o della selvatichezza dell’ Homo neanderthalensis non ancora contaminati da quell’altro mito che è la “struttura sociale”. Quel mito che ci vuole tutti “condannati ai rispettivi talenti e ruoli”. Tutti prigionieri stereotipati nell’ordine del “discorso maschile”. - Non risiede nella regressione (allo stato di natura, a all’adolescenza) la cura -, non questa volta, almeno.

Secondo me, l’afflato progressista di Lanthimos è qui sfociato malamente in una vocazione alter-globalista o alter-mondialista, ma ha sbagliato bersaglio. Cioè non è appellandosi alla mitica purezza del “buon selvaggio” o all’indole trasgressiva dell’adolesente, semmai, che ci si oppone efficacemente al “globalismo neo-liberale” e alle sue storture.

Arrivo a dire che “Bella” è Lanthimos medesimo regredito pure lui all' adolescenza. anzi peggio fissato alla fase dell' onnipotenza infantile. Trovo che ci sia davvero un'involuzione nel pensiero di Lanthimos. Forse era stanco di intellettualismi criptici e aveva bisogno di starsene un po' sdraiato sul letto a fissare il soffitto, giusto per staccare un po' la spina. Ed ecco allora una cosetta facile facile per disintossicarsi dalla complessità cervellotica, ma concedendosi(ci) al contempo, una visionarietà molto sofisticata, niente da dire. E comunque sia, viva sempre Lanthimos, ma dopo la sbornia in stile hollywoodiano lo “attendiamo al varco”, non certo per colpirlo, ma per provare a seguirlo ancora una volta nel suo rinnovato percorso di crescita artistica. Speriamo. E buona visione!

Carico i commenti... con calma