"Iniziai a filmare me stesso. Una mano, un piede, ciò che era più vicino in quel momento. Poi iniziai a filmare gli altri e il personaggio delle mani e dei piedi si trasformò in un altro personaggio di cui, non so perché, non si vede mai la figura intera. Non ho fatto il minimo sforzo in nessun senso in questo film. I luoghi comparivano, gli attori comparivano, le musiche comparivano. Nulla era previsto, tutto compariva, come in un sogno. Un sogno che presto si è trasformato in un incubo perché non riuscivo a estrarre il film dal programma del computer per farne una copia trasportabile. Ci sono alcuni dialoghi, pochissimi, frasi tagliate, voci lontane, dialoghi in spagnolo, in francese, in inglese, in italiano. dialoghi mai scritti ma solo indicati, o addirittura spontanei". (A. Arrieta)
"Vacanza Permanente": ovvero quando il cinema diventa una sorta di parentesi tra il realismo e l'avanguardia. Questo piccolo film trasmesso, su fuori orario, di rai 3 venerdì 24 ottobre 2008, è di quanto più onirico e spiazzante possa capitarvi di guardare.
L'assenza di una trama specifica rafforza ancora di più la sua essenza onirica, con quel suo intercedere di voci lontane ed incomprensibili, inquadrature di piedi e mani al limite del feticista e vere e proprie sequenze folkloristiche o di vecchi film in bianco e nero.
Tutto, nel suo insieme, sembra non avere senso, apparendo quasi come un patchwork caduto dal cielo, ma più si procede nella visione e più ci si sente ubriache di quelle immagini tanto criticate per il loro ermetismo.
Le musiche, le inquadrature, gli attori appaiono, scompaiono, ritornano, senza un perché, né un preavviso, né uno scopo. Non si presentano: parlano, in diverse lingue, di loro fatti personali (un uomo francese parla di sua madre), ma lo scopo dei personaggi di questo film non è quello di apparire, e quindi di essere guardati. Come in un sogno, gli attori hanno lo scopo di essere spettri, senza un fine, che vagano nella mente di chi sogna in qualsiasi momento notturno.
"Vacanza Permanente" è un film alienante, con il suo martellante squillo telefonico, il grottesco milione dagli occhi argentei, posaceneri, specchi e chi più ne ha più ne metta.
Quaranta minuti di apnea cinematografica, il cui unico scopo è quello di avere una propria dignità artistica.
Il film, quindi, è un sogno: che poi sia un sogno bello o un incubo sta a voi deciderlo.
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