Difficile se non impossibile nutrire dubbi su Al Stewart, cantautore e musicista di intelligenza, spessore compositivo e gusto melodico sublime, forse uno degli artisti più colpevolmente sottovalutati della storia, eppure oltre all'ovvia curiosità c'è comunque un po' di incertezza sull'esito finale di un album come "Uncorked", live datato 2009, ad oggi ultima uscita discografica del grande storyteller scozzese, che sceglie la più classica formula unplugged: solo due chitarre, la sua e quella di Dave Nachmanoff, chitarrista e cantautore americano, sua fedele spalla fin dalla seconda metà degli anni '70. Ebbene si, nonostante Al Stewart nasca fondamentalmente come artista acustico nel corso della sua storia si è saputo evolvere esprimendo uno spettro di sonorità e stili assai ampio, che ha inevitabilmente marchiato a fuoco le sue canzoni. Scorrendo la tracklist penso in particolare a "News From Spain" con il suo crepuscolare assolo di organo, all'inquieta magniloquenza orchestrale di "Bed-Sitter Images", la grinta latineggiante di "Running Man", lo scenografico flirt con la new wave di "Last Days Of The Century", l'arrangiamento elegante ed impeccabile di "Midas Shadow" e "Palace Of Versailles", ed è quasi spontaneo chiedersi se questa dimensione basilare riesca a rendere completamente giustizia a tali pezzi unici d'autore.
Tra una rivisitazione e l'altra, Al e Dave propongono anche un bel paio di inediti, un semplice e gradevole divertissement come "Princess Olivia", brillante canzonetta basata su una rivisitazione della celeberrima melodia dell'Inno alla Gioia e soprattutto una ballata nel più classico e cristallino stile stewartiano: "Coldest Winter", la cui tematica trattata, l'invasione della Russia da parte di Re Gustavo XII di Svezia, inesorabilmente sconfitto dal cosiddetto generale Inverno come Napoleone e Hitler dopo di lui, fa scaturire un immediato ed inevitabile paragone con "Roads To Moscow", con cui tuttavia ci sono ben poche altre analogie; "Coldest Winter" è una canzone più semplice, più tranquilla, che non vuole rievocare il dramma e la portata storica del momento ma piuttosto ricordare un lontano passato con una punta di dolcezza e malinconia.
Per il resto, la selezione proposta è senza dubbio particolare; purtroppo non c'è nessun accenno alla produzione stewartiana dal 1993 in avanti, nonostante avrebbe potuto fornire innumerevoli spunti per grandi reinterpretazioni, e d'altro canto non ci sono neanche quelle due canzoni che tutti si aspetterebbero di trovare, fugando ogni dubbio su eventuali operazioni nostalgia e/o per incrementare leggermente l'appetibilità commerciale del prodotto. "Uncorked" non è un best of acustico ma una selezione molto attenta e ragionata, che va a coprire quasi tutte le tappe artistiche di Al Stewart dal 1967 fino al 1988, riuscendo a riunirle tutte in un linguaggio comune, il linguaggio musicale più essenziale e tradizionale che esista.
La dimensione live dà anche modo di apprezzare una caratteristica di AS che ovviamente rimane nascosta nella sua produzione in studio: si scopre un ottimo comunicatore, capace di creare la giusta empatia con il pubblico grazie alla sua attitudine affabile ed ironica, e questo rende ancora più interessante e piacevole uno show ottimamente strutturato, aperto da un medley che unisce "Last Days Of The Century" all'impetuosa "Constantinople", garantendo così un'overture incisiva e facendo apprezzare fin da subito i fascinosi intrecci tra le due chitarre, la bellezza strumentale intrinseca e la raison d'etre di "Uncorked". Ripescare "Bed-Sitter Images" è una scelta rischiosa e doverosa al tempo stesso, pensando a cosa rappresenta in origine questa meravigliosa canzone: la ricerca della felicità, di un equilibrio, di un proprio posto nel mondo, in modo particolare l'inquietudine, la portata cruciale di tale ricerca; "You know I can't go back until I either win or crack", e quella che nel 1967 era stata una dichiarazione d'intenti ora diventa la perfetta chiusura di un cerchio, interpretazione più tranquilla e più matura, in cui il tempo mitiga inevitabilmente lo spleen del momento, che diventa un bellissimo e glorioso ricordo. Un altro episodio di grande impatto è sicuramente "Warren Harding" che, con la stessa brillantezza e la stessa ironia del 1973, rievoca la rapida ascesa e caduta del presidente liberista, libertino e biscazziere, mentre la profonda semplificazione a cui è sottoposta "Palace Of Versailles" la eleva ad una dimensione molto più cantautorale, ci si concentra unicamente sul messaggio e non sulla magnificenza dell'arrangiamento, un messaggio che è lo stesso di "Midas Shadow" espresso su un piano diverso: una sensazione di imperfezione, incompiutezza ed inquietudine che si fa strada inesorabilmente tra le apparenze ed i proclami. "Life In Dark Water" aggiunge al discorso l'indecifrabilità ed il fascino intrinseco di un mistero irrisolto, "Running Man" la tensione della fuga da un destino ineluttabile e "Carol" l'amarezza di una vita incompresa, bruciata tra droghe e facili piaceri.
Rimangono "News From Spain", libera dal confinamento in un album limitato come "Orange", crepuscolare, dolorosa ma tremendamente affascinante nel suo flusso di immagini e pensieri, che non risente minimamente dell'assenza dell'organo originariamente suonato da Rick Wakeman ed infine "Old Admirals", autoironicamente posta come atto conclusivo dello show: Al Stewart riconosce di appartenere ad un'altra epoca, messo da parte da un mondo che sembra non sentire il bisogno di un personaggio così difficilmente riconducibile a coordinate preimpostate ed apparentemente "out of touch" con una modernità molto spesso insignificante e di semplice facciata, ma lui non se ne cruccia minimamente. Un sereno, tranquillo e silente "congedo" sarà il giusto premio dopo una vita spesa a perseguire i propri traguardi senza mai preoccuparsi di dover piacere a tutti o di parlare in un linguaggio più accessibile ed accattivante per le masse ma estraneo alle proprie inclinazioni.