Copertina di Antoine Fuqua Michael
esaedro

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Per appassionati di biopic musicali, spettatori sensibili ai temi familiari, fan di michael jackson, cinefili interessati a storie di crescita e riscatto.
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LA RECENSIONE

La Puglia, quella vera, non quella delle cartoline, ha due facce. C'è quella del mare: le mattine limpide in cui l'Adriatico sembra una lastra di vetro azzurro, le coste del Gargano che si tuffano nell'acqua, le spiagge bianche del Salento, i trabucchi sospesi tra cielo e mare e il profumo della salsedine che si infila nelle stradine dei paesi. Al tramonto il sole incendia tutto: le facciate delle case, le barche tirate in secca, perfino gli ulivi sembrano diventare d'oro. E poi c'è l'altra Puglia, quella dell'entroterra. Quella della terra rossa che ti rimane attaccata alle scarpe, dei campi che si perdono all'orizzonte e del sole che a luglio picchia forte, "ca spacca le petre", come dicono da quelle parti. Lì il lavoro comincia quando il cielo è ancora scuro e finisce quando le cicale hanno già smesso di cantare.

Antonio era cresciuto in mezzo a quei campi. Suo padre possedeva ettari di pomodori e tutti in paese lo rispettavano. O forse lo temevano. Era un uomo duro, di quelli che non sorridevano quasi mai. Aveva le mani grosse come pale, la pelle segnata dal sole e una voce che si sentiva da un capo all'altro del campo. Con Antonio non era mai tenero. «Muév'te!» gli urlava quando il ragazzo rallentava un attimo. «Non stare a guardare le nuvole, lavora.» «Le cassette non si riempiono da sole.» Antonio aveva dodici anni quando iniziò a passare intere giornate tra i filari. Gli altri ragazzini correvano verso il mare, si tuffavano dagli scogli o passavano i pomeriggi nelle piazze dei paesi. Lui invece si svegliava prima dell'alba. Quando il cielo era ancora nero e l'aria profumava di terra umida, era già in piedi.

Il padre lo trattava come uno dei braccianti, anzi spesso peggio. Se sbagliava qualcosa, lo rimproverava davanti a tutti. Se faceva bene, non diceva niente. Come se fosse normale. Come se non meritasse una parola buona. Antonio però aveva qualcosa di speciale. Quando camminava tra le piante sembrava capirle. Notava subito se una foglia stava ingiallendo, se il terreno tratteneva troppa acqua o se una fila di pomodori aveva bisogno di essere potata in modo diverso. Aveva un occhio incredibile. Una volta indicò al padre una zona del campo e disse: «Papà, questi qui tra due settimane si ammalano.» L'uomo sbuffò senza nemmeno guardarlo. «Tu pensa a raccogliere.» Due settimane dopo metà di quella zona era stata colpita da una malattia delle piante. Ma il padre non gli diede ragione. Mai. Era come se riconoscere il talento del figlio gli costasse troppo.

Passarono gli anni e Antonio diventava sempre più bravo. I braccianti avevano iniziato a chiedere consigli a lui. Gli anziani del paese lo fermavano per strada. «Uagnò, ma come fai a far crescere così quei pomodori?» Lui sorrideva e abbassava lo sguardo. «Li guardo. Tutto qua.» Ma non era vero. Li studiava. Li osservava per ore. Imparava ogni segreto della terra. Conosceva il momento giusto per irrigare, il punto esatto in cui il terreno cambiava consistenza, la posizione delle piante che avrebbero dato i frutti migliori. Aveva un dono naturale che nessuno gli aveva insegnato.

Il padre, invece, continuava a pretendere sempre di più. Più cassette. Più ore. Più sacrifici. Mai un complimento. Mai un abbraccio. Mai quella semplice frase che ogni figlio vorrebbe sentire: «Bravo.» A volte Antonio vedeva gli altri ragazzi arrivare nei campi con i loro padri. Ridevano insieme, si prendevano in giro, si fermavano a mangiare un panino all'ombra di un ulivo. Lui invece lavorava sempre con la sensazione di dover dimostrare qualcosa. Come se ogni giornata fosse un esame da superare e ogni errore una colpa da pagare.

Una sera d'agosto, dopo una giornata massacrante, rimase da solo nel campo. Il sole stava scendendo dietro gli ulivi e il cielo si era colorato di arancione e viola. Il vento portava da lontano un leggero odore di mare. Guardò i filari che si stendevano davanti a lui, ordinati come spartiti scritti sulla terra. Pensò a tutto il tempo trascorso lì. Alla fatica. Alla rabbia. Alla voglia di essere visto davvero. Non come un lavoratore. Non come qualcuno da spingere sempre oltre. Ma come un figlio. In quel momento capì una cosa: il suo dono era più grande di quel campo. Più grande delle urla. Più grande della paura. Più grande perfino del padre.

Anni dopo, quando la gente parlava di Antonio, ricordava soprattutto il suo talento. Quella capacità quasi inspiegabile di trasformare qualcosa di vivo in qualcosa di straordinario. Però chi lo conosceva bene sapeva che dietro quel dono c'era anche un bambino cresciuto troppo in fretta, un ragazzo che aveva passato l'infanzia cercando uno sguardo di approvazione che non arrivava mai.

E forse è per questo che, uscendo dal cinema dopo aver visto il nuovo film dedicato a Michael Jackson, il pensiero è andato spontaneamente a lui. A quei talenti rarissimi che sembrano sbocciare sotto il sole più duro, coltivati con disciplina ferrea, ammirati da tutti e compresi da pochi. Talenti che illuminano il mondo intero, ma che da bambini, in fondo, avrebbero desiderato soltanto sentirsi dire una volta: «Bravo, figlio mio.»

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Riassunto del Bot

La recensione di ‘Michael’ di Antoine Fuqua usa una potente narrazione parallela tra Antonio, giovane bracciante pugliese dal talento naturale, e l’infanzia di Michael Jackson. Viene esplorata la fatica, il rigore e la ferita di crescere senza approvazione paterna, sottolineando come il talento possa brillare anche in condizioni dure. Il film ispira un confronto universale sul bisogno di riconoscimento e il sacrificio dietro la genialità.

Antoine Fuqua

Antoine Fuqua è un regista e produttore statunitense noto per thriller e action dal taglio realistico. Ha raggiunto l’attenzione internazionale con Training Day (2001) e ha firmato titoli come The Equalizer, The Magnificent Seven e Emancipation.
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