Copertina di Antonello Venditti Goodbye Novecento
Viva Lì

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Per appassionati di musica italiana, fan di antonello venditti, critici musicali, cultori del cantautorato italiano contemporaneo
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LA RECENSIONE

E anche il Novecento ha tirato le cuoia. E’ finito, anzi no, è morto: sono morti gli anni Sessanta (“Prendi questa mano zingara”, sembra roba dei tempi di Galileo); sono morti i Settanta (“Tu mi rubi l’anima” e non solo quella…); sono morti gli Ottanta (“Cosa resterà di questi anni Ottanta” si chiedeva sardonico Raf) e sono morti tristemente puri i Novanta (quelli in cui Britney Spears vende milioni di copie e Lucio Battisti si ferma al trentesimo posto col bellissimo “Hegel”). Certo, molte cose non sono andate perse: Jimi Hendrix, Bob Marley, Fabrizio De Andrè, Bob Dylan, Rolling Stones, il primo Michael Jackson, Battisti, forse i Beatles, De Gregori, e Venditti.

Ecco, Venditti. “In questo mondo di ladri” anche Venditti è morto. Cantautore modello, artista integerrimo, cantore di una città (e di una cultura), tifoso sfegatato romanista, ottimo musicista, uomo di sinistra non amante di certa sinistra. Se anche l’autore di alcune delle canzoni più eclatanti degli ultimi vent’anni (si pensi a “Bomba o non bomba”, “Ci vorrebbe un amico”, “Ricordati di me”) si mette a canticchiare canzonucole di bassissima lega, ecco, vuol dire che siamo proprio al capolinea. Che ne so: è come se Mick Jagger si mettesse a cantare “Genie in a bottle” di Christina Aguilera. Bleah!

“Goodbye Novecento” esclama Venditti, ma il suo è un addio mesto, quasi etereo. Un disco composto da 8 canzoni deve averne almeno una, dico una, quantomeno decente. E invece no. Qui di decente c’ è solo la copertina. “Che tesoro che sei” è una delle più ridicole e insulse canzonacce d’amore mai realizzate (“Che tesoro che sei quando mi guardi quando penso con gli stessi occhi tu mi lascerai”: qualcuno si commuove?); “La coscienza di Zeman” fa rimpiangere “La partita di pallone” di pavoniana memoria; “In questo mondo che non può capire” ci si addormenta, poi ci si risveglia, poi ci si riaddormenta. No comment sui lamenti di marxista memoria su cui Venditti rimugina (e rimpiange) nella fiacchissima “Fianco a fianco”.
Testi imbarazzanti si contrappongono, curiosamente, ad una musica vivace e sostenuta. Alcune intuizioni musicali (le belle chitarre in “V.A.S.T.”) non sono disprezzabili ma anzi, fanno a tratti ricordare le belle melodie del vecchio Venditti. Ma è solo un sussulto, un momento che si spegne senza quasi mai essere stato acceso.

Forse è meglio che questo vecchio, odioso, malconcio, triste secolo sia giunto al capolinea. E’ morto, e come tutti i defunti dopo il funerale si pratica la lettura del testamento. Nel nuovo secolo (che non pare migliore del precedente) portiamoci solo i buoni ricordi (“Don Giovanni” e “Blowin in the wind” secondo il sottoscritto) e dimentichiamo, il più velocemente possibile, tutte le cianfrusaglie di tanti cosiddetti cantautori senza più né estro né genialità.
“Goodbye Novecento”. Goodbye.

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Riassunto del Bot

La recensione dipinge Goodbye Novecento come un lavoro deludente di Antonello Venditti, definendo il disco un addio mesto al Novecento. I testi risultano imbarazzanti e superficiali, mentre la musica stenta a risvegliare i bei ricordi del passato. Solo pochi momenti musicali mostrano scorci di ispirazione, ma non bastano a riscattare l'album. Un'opera che conferma la crisi del cantautorato tradizionale.

Tracce testi video

01   Goodbye Novecento (03:58)

02   Shake (03:46)

03   In questo mondo che non puoi capire (04:50)

04   Che tesoro che sei (05:27)

05   Fianco a fianco (05:17)

06   Su questa nave chiamata musica (04:38)

07   La coscienza di Zeman (03:43)

08   Lula (05:13)

Antonello Venditti

Cantautore romano attivo dai primi anni ’70, noto per il piano protagonista, i ritratti generazionali e l’amore/cronaca di Roma. Dalla stagione impegnata (Lilly, Lo stambecco ferito, Sotto il segno dei Pesci) ai grandi successi pop degli ’80 (Cuore, In questo mondo di ladri), ha riempito stadi e celebrato la sua città con brani diventati cori collettivi.
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