Londra 1981 Hammersmith Odeon: il ruggito della bestia nell'arena. Il Rock'n‘Roll quando è scisso da ogni catena di commercialità, di bieca autocelebrazione, di violenza sonica dozzinale, diventa un fiume impetuoso di poetica energia, di melodia da tre accordi - basso-chitarra-batteria, tour de force strumentali: il Rock non si inventa ma si ricrea sulle assi del palco, sulle dita che saltellano nel legno, nelle romantiche vibrazioni vocali di Myles Goodwyn vicine a Lou Gramm, tra le bacchette vecchio stile di Jerry Mercer, negli oscillanti solos di Brian Greenway, senza mai identificarsi nella magniloquenza strumentale o nella scorpacciata di megawatt.
Qualche piccolo effetto immagine, Myles che declama: "Thank you very much and welcome to the concert", nessuna affettazione, nessuna ricerca della velocità, ma dosaggio controllato di assoli nervosi, mai rifiniti, che piovono in "Sign Of The Gypsy Queen" sovrapponendosi poi a celestiali refrain che diventano acute strutture rolleggianti in "One More Time" e Hard'n'Roll che viaggia a due voci nel chorus di "Tellin Me Lies", mentre rivoli di melodia si impastano a flebili sussurri canori nella ballata dolcificante "Just Between You And Me". Un palco spoglio, poche luci e cinque musicisti che si divertono senza effetti speciali, bastano a creare un documento visivo non certo fantasmagorico ma almeno vissuto come una fiaba a lieto fine, la favola del Rock, un magico contagio che ha spinto cinque ragazzi canadesi di Halifax (Nuova Scozia) in gita turistica a Londra. Le immagini del concerto si intersecano con la passeggiata dei cinque April Wine fra autobus londinesi a due piani e ragazzini urlanti, una festa che continua al concerto, aperto dal riff selvaggio di "Big City Girls" preso in prestito da "Bad Boy Boogie" degli AC/DC", con Goodwyn mattatore al microfono e come chitarrista che improvvisa senza pavoneggiarsi, indossando una maglietta bianca e rossa, quasi dimessa. Il messaggio degli April Wine è chiaro: la musica prima della parata, il sudore prima dei lustrini, il Rock prima della Disco Music.
Eppure erano partiti con il confetto western di "Fast Train", agli albori degli anni '70, quando la dolcezza della voce di Goodwyn stava conquistando la scena canadese, pur non possedendo la potenza di Ian Gillan o il carisma di Robert Plant. Pionieri di un Rock'n' Roll semplice che si rigenerava poi Hard Rock schietto a partire da "First Glance", fino al successo commerciale di "The Nature Of The Beast" (del 1981), gli April Wine erano sempre a guardare dal loggione il teatro degli Zeppelin, dei Black Sabbath, dei Deep Purple, senza mai affondare il colpo. Ottengono soddisfazioni in madrepatria con vari singoli: "Ooowatanite", "You Could Have Been A Lady" (cover degli Hot Chocolate), "Bad Side Of The Moon" (Cover di Elton John). Canzoni morbide ("Like A Lover, Like A Song") si alternano ad accordi più decisi come "The Whole World's Goin Crazy", sparsi nei vari album fino al 1981, quando gli April Wine riescono a condensare la loro creatività su un platter ben riuscito. Si ritrovano nella Terra d'Albione come attrazione principale, ma non si sentono rivali di Rush e Triumph, semplicemente loro c'erano prima, anche se adesso le chitarre parlano heavy e svelano quasi tutto l'album in promozione "The Nature Of The Beast".
L'universo sonoro degli April Wine passa per le accelerazioni "Crash And Burn", senza servire fedelmente rock veloce, o nelle snelle ed energiche sfumature melodiche di "Future Tense", senza che l'immediatezza delle song si riduca al riff fotocopia, alla ciliegina chitarristica ad effetto priva di armonie vocali che la sostengano, come dimostra "Caught In The Crossfire", dall'andamento sbilenco ma soave, variegato negli umori della sei corde. Una band che non insegna niente ma che accoglie la lezione del decennio precedente, rinunciando a tentazioni Dance - Rock o a pasticci FM, senza neanche badare troppo al look, come già accadeva anche gli AC/DC che, Angus a parte, non utilizzavano certo costumi ad effetto.
Questo concerto, pur nella sua semplicità, rimane una genuina testimonianza di Hard Rock che strizza l'occhio agli anni'60, un concentrato di canzoni spontanee e ben suonate da una band longeva, famosa nella scena nordamericana sebbene poco conosciuta nell'Europa Continentale