Ho letto e sto leggendo molto (altrove non quì si capisce) di questa ultima fatica targata Arch Enemy. Ho cercato di farmi un'idea, più che sui contenuti del disco, di cui sono molto geloso perché "miei" indissolubilmente, sui pareri che questo suscita. Nemmeno per compiacimento, intendiamoci. Ma solamente per il fatto che in molti (e pure più specializzati e professionali di me) ne professano la totale assenza di idee, la mancanza di originalità, la constatazione che gli Arch Enemy, ormai giunti al picco della loro carriera, si siano fermati dal loro sciorinare un genere di musica che in tanti ritenevano dovesse essere il vessillo del Metal futuro, la monotonia del cantato (che la band affida ad Angela Gossow, una donna vero, con una voce al vetriolo e l'incazzatura sempre perenne), come se poi i growl debbano per forza essere variegati e cangianti. Ovvio, non tutti/e i cantanti del genere Death Metal e similari possono avere l'estro di un Mikael Åkerfeldt, o la bestiale passionalità di un Fernando Ribeiro. Questi però non sono la regola, ma semmai l'eccezione per un certo tipo di impostazione che richiede soprattutto una letale carica di rabbia e disperazione. Cose che, lo si capisce bene, possono benissimo sposarsi con un senso di straniazione, e quindi anche con la voce "monocorde" di Angela. Che poi questa sia, come si dice? Una gran topona, ecco, ai fini di chi segue e magari apprezza gli Arch Enemy, conta davvero poco.
Se non fosse così, diavolo, staremmo tutti quanti ad ascoltare Britney Spears o Cristina Aguilera. Donne che della mancanza di idee ne hanno fatto un vanto alla rovescia del buon senso. Donne che al di là dello sculettamento e dei sorrisetti ammiccanti non vanno perché è il loro cervello che glielo impedisce.
Ma per gli Arch Enemy il discorso è diverso.
Se ne può dire peste e corna, ma la loro originalità che fu è fuori discussione. Sono loro, nati da una costola importante dei Carcass (il chitarrista Michael Amott era membro dei questi), ad aver proseguito il discorso interrotto dai padri del Death'n'Roll. Sono loro ad aver dato nuova linfa allo Swedish Death Metal, che nel 1995, anno della loro nascita, già contava band del calibro di In Flames e Dark Tranquillity e che nell'affermazione di un genere musicale nuovo, veloce, rabbioso, potente e ben calibrato, vi inserivano dosi massicce di melodia e di campionamenti.
Una band a tutto tondo, che ha fatto della tecnica sopraffina e di certi legami con il classicismo in musica, unito alla potenza e alla causticità del Metal, un simbolo. Che oggi questo simbolo si sia stancato di sferzare le orecchie di tutti quanti noi, è ammissibile, ma non giustificabile, a detta di chi critica gli Arch Enemy. Ed io a loro contrappongo il fatto che, parlando del presente, questo disco suona dannatamente bene e non stanca nell'ascoltarlo.
Questo è un disco che non farà la storia, non rimarrà negli annali del Metal, è vero. Ma è anche un esempio di come il Metal non sia solo violenza cieca e fine a se stessa. Basta ascoltare le prime tre canzoni in testa alla scaletta per rendersene conto."Blood On Your Hands", "The Last Enemy", "I Will Live Again". Canzoni che si piantano in testa e che sono un godimento di potenza, ottima esecuzione ed assoli estremamente compatti, melodici ed in certi momenti, fulminei momenti, persino struggenti.
Non sto bestemmiando. Ditemi quello che volete, ma a me l'assolo centrale di "The Last Enemy" fa venire una voglia matta di dimenare la testa, e tutta la canzone, affilata nel suo veloce incedere come un rasoio, è un esempio di come, secondo me, dovrebbero suonare band anche più blasonate di questa, ma che, vuoi per incapacità, vuoi perché cullate sugli allori, non suonano. Tutto il resto delle polemiche che seguono a questo disco sono solo storielle.
Che gli Arch Enemy copino è vero. Ma loro copiano dal loro stesso catalogo, e potendoselo permettere se ne sbattono pure, costruendo un disco tecnicamente eccellente, gustoso nei contenuti e forbito in ogni sua parte. Sul fatto che poi stiano diventando noiosi, ce ne sarebbe da dire, pure alla luce di quello che ho scritto prima riguardo alle canzoni apripista. Ma non solo queste danno valore aggiunto a quest'opera. Le altre non sono da meno, e quali in maniera maggiore, quali in maniera minore, contribuiscono tutte a far sì che ci si trovi ad ascoltare 48 minuti di eccellente musica. Dimostrazione lampante che, se si pone l'attenzione solo sui contenuti e non sui raffronti al passato della band, di concretezza e di potenza quì se ne trova a iosa. "Vulture", per esempio. Ultima canzone della scaletta. Non è forse una canzone che se fosse suonata da qualche band emergente farebbe gridare al miracolo i critici? E invece? Invece, solo perché composta dagli Arch Enemy deve essere per forza qualcosa non degna di loro, qualcosa di trito e ritrito da scartare a prescindere e a priori di tutto.
Dunque io voto al disco. Solo a quello. E non alle gambe di Angela Gossow, che per eccitanti che possano essere sono solo la copertina superflua per una band che ancora da dire ne avrà, si spera.
Dieci tracce suonano di una piattezza disarmante, con melodie ampiamente sfruttate da migliaia di gruppi.
Bocciati sotto ogni punto di vista... o quasi.