Quando ci si adagia nella placida certezza che con la chitarra elettrica non ci sia più nulla di nuovo da comunicare, si può essere altrettanto certi che prima o poi arriverà qualcuno a dimostrare il contrario. Non inventando dal nulla, naturalmente, ma facendo un numero sufficiente di cose vecchie in modi nuovi e, soprattutto, in un ordine interessante: una trasfigurazione della materia prima, cioè il generatore attraverso cui nascono cose nuove.
Una di queste persone è Ava Mendoza.
Ava è nata il 18 luglio 1983 a Miami, Florida, ed è cresciuta nella California del Sud prima di frequentare l’Interlochen Arts Academy in Michigan, dove ha studiato chitarra classica. In quel contesto, ha acquisito familiarità con e assimilato opere di grandi maestri come Heitor Villa-Lobos, Leo Brouwer e J.S. Bach.
In seguito si è trasferita a Oakland, California, per studiare al Mills College, dove è stata allieva di un altro grande maestro - un tale dal nome Fred, cognome Frith - dal quale ha preso lezioni di improvvisazione.
A un certo punto ha capito che non voleva proseguire il suo percorso come musicista classica e nemmeno calarsi nella parte della jazzista in senso stretto. A questo proposito, ha raccontato di essere entrata da giovane in un negozio di dischi ed esserne uscita con album di Stockhausen, Merle Haggard e Crass, chiedendosi se, con gusti del genere, avrebbe mai trovato una direzione artistica chiara.
Io ho sentito parlare di lei attraverso Frith, il quale anni addietro la indicò come una delle pochissime chitarriste emergenti che stessero davvero facendo qualcosa di interessante con lo strumento. Da allora Mendoza ha pubblicato diversi album, e la sua voce musicale non fa che rafforzarsi.
La prima caratteristica che la separa da molti chitarristi contemporanei impegnati a ricalcare, senza alcuna fantasia, l'estetica dei grandi fasti del passato, è il completo disinteresse per quel timbro ad alta definizione e levigato - di matrice blues/rock/jazz/fusion - tradizionalmente associato all'immaginario del “guitar hero”. La sua scrittura solistica non privilegia lick continuamente eseguiti in legato, sustain prolungato e frasi musicali a risoluzione regolare, cioè elementi che tendono a suscitare gridolini di gioia in una specifica tipologia di pubblico (e chitarristi); lo stesso tipo di atteggiamento performativo di cui Zappa amava prendersi gioco sul palco (“lo sento più fluido di Jeff Beck”).
Può suonare veloce, certo, ma il suo obiettivo è comunicare qualcosa. Se per farlo servono cascate di note come frammenti di una sonda spaziale in rientro, singole note che clangono nel vuoto, o puro rumore, allora va benissimo così.
Inoltre, conserva abbastanza della sua formazione classica da poter suonare da sola e dominare comunque lo spazio sonoro, alternando moderazione e intensità con naturalezza, con senso della misura e avendo l'accortezza di sapere quando suonare e quando non farlo. Questo tipo di giudizio — riguardo al tempo, all’intensità e allo spazio — non nasce di certo per caso, ma è frutto di un'ampia e approfondita esperienza con lo strumento, da cui ne deriva una conoscenza delle sue possibili applicazioni.
A proposito di strumentazione, è una delle poche chitarriste che mi venga in mente per la quale lo strumento che predilige (una Fender Classic Player Jaguar Special HH, leggermente modificata, con corde piuttosto spesse) non rappresenti una scelta occasionale, ma uno strumento davvero identitario.
In un'intervista, la motivazione di Ava per suonare la chitarra elettrica è presto svelata: in fondo avrebbe voluto essere una sassofonista. La chitarra elettrica diventa così un mezzo per ottenere ciò che lo strumento a fiato consente in modo naturale: presenza sonora, plasticità timbrica; la possibilità di dare colore alle note, di modellarne l’attacco e di ottenere un suono insieme penetrante e corposo.
Questo approccio attento all’espressività si riflette chiaramente nel modo in cui Mendoza ha assimilato le sue influenze. Nella sua musica si possono sentire Jim Hall e Bill Frisell, ma non suona come nessuno dei due. Ha imparato dai loro approcci, dal loro senso acuto di ciò che è giusto per loro come musicisti — non limitandosi a imitarne le gestualità e il suono.
In questo senso, tutto ciò su cui mi sono dilungato finora, rende alcuni degli standard contenuti in questo album di esordio un terreno fertile nelle sue mani, perché l'interesse di Ava non è quello di interpretare con riverenza filologica un documento storico, ma di trattare ciò che ne resta come materiale aperto, plasmabile.
Già dalla prima traccia, una versione obliqua, dissonante ma ancora particolarmente "accogliente" di "The Tennesse Waltz", le ossa del suo stile sono chiarissime. Si infila in deviazioni inattese, esplora ruscelli e pozze laterali, ma la melodia resta sempre lì. E all'interno di questa struttura melodica essenziale che funge da punto di orientamento, Ava può muoversi liberamente ed esplorare il territorio. Ciò che ne risulta è materiale trasfigurato, completamente personale, rimesso in circolo come materiale fresco, nuovo.
Alla fine, ciò che resta non sono tanto gli arrangiamenti di questo specifico album, quanto la prospettiva unica di Mendoza sulla musica stessa. Ascoltare "Goodnight, Irene", "I’m So Glad" o "The Tennessee Waltz" nelle sue mani significa seguirla in questa traiettoria personale, intensa e imprevedibile, che trasforma materiale familiare in qualcosa di vivo, in continua metamorfosi e riconoscibilmente suo. È questa capacità di rendere ogni suono significativo, filtrando abilmente le influenze attraverso la propria visione, a rendere il suo lavoro tanto avvincente quanto degno di attenzione.
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