Se il nome Pier Nicolò Fossati non ti dice molto, è solo perché il rock italiano ha una memoria corta. Ma basta tirare fuori i Garybaldi e soprattutto Nuda (1972) per rimettere le cose in ordine: uno dei dischi più feroci, lisergici e fuori controllo mai usciti da queste parti. E al centro di tutto c’era lui, “Bambi” Fossati. Uno che prendeva Jimi Hendrix, lo passava attraverso Genova, il porto, il sudore dei locali e una certa attitudine anarchica tutta italiana, e tirava fuori un suono che non era imitazione ma trasformazione. Non è un caso se ancora oggi Nuda viene citato come un piccolo culto del prog nostrano, anche da chi il prog nemmeno lo sopporta.
“…Il Castello Tira Sassi…” arriva molto dopo, ed è inevitabilmente un’altra cosa. Non il disco della consacrazione, ma quello della memoria. Solo che, per fortuna, non è imbalsamata. È un disco storto, assemblato da registrazioni che coprono anni diversi, e proprio per questo funziona: non racconta una fase, racconta un modo di stare nella musica. Dentro ci trovi il Fossati più diretto e ruvido (“Reprimenda mores”), quello che parte piano e poi ti ribalta (“Qualcosa non va”), quello narrativo e quasi cinematografico (“Trattoria Celeste”), e quello più scuro e dilatato (“In una stanza”), dove torna a galla tutta la sua anima psichedelica. E poi c’è il lato meno celebrato ma altrettanto importante: quello che gioca con jazz, funk e contaminazioni, senza mai perdere identità. Non è esercizio di stile, è curiosità pura. Quando arrivano i Garybaldi di oggi, guidati da Maurizio Cassinelli, il cerchio si chiude. “Madre di cose perdute” non è solo un bel pezzo: è un ponte tra quello che era e quello che resta.
E forse è proprio questo il senso del disco. Non tanto celebrare Fossati, ma ricordare che è esistito un modo di suonare libero, sporco, non addomesticato. Un modo che oggi sembra quasi scomparso.
E che invece, ogni tanto, torna fuori da qualche nastro dimenticato a ricordarti che sì, anche qui abbiamo avuto i nostri piccoli mostri sacri.