Okay, lo ammetto, i Banda Bassotti li ho recuperati di recente e sono stati per un bel pezzo una mia lacuna. Mi sono gettato quindi a capofitto tra le braccia di questo gruppo e posso dire una cosa: cazzo, che disco.
Mi ci è voluto un attimo per inquadrare il gruppo; e non ci vuole niente a dirlo: avevano una marcia in più. Troppo eleganti per essere skinhead, troppo sporchi per essere mainstream, troppo violenti per essere beat, troppo rock and roll per essere punk, troppo lunghi per essere hardcore, troppo grezzi per essere cantaurato, troppo proletari per essere alternativi, troppo... troppo italiani per essere ska. E in mezzo a tutto questo erano perfezione in percentuale di parti da i generi sopracitati. Perché erano abbastanza stronzi per essere skinhead, abbastanza orecchiabili per essere mainstream, abbasanza asciutti per essere beat, abbastanza danzerecci per essere rock and roll e abbastanza ribelli per essere punk, abbastanza diretti per essere hardcore, abbastanza impegnati per essere cantautorato, abbastanza reietti per essere alternativi e abbastana italiani per essere ska.
Poi va bene, davanti a loro non tutto fu al 100% e nella sinistra stessa ci sono gli scheletri nell'armadio, come le accuse di rossobrunismo che nel tempo sono state rivolte alla band. Ma qua tra le mani abbiamo un disco davanti a cui Banda del Rione, Talco e chissà quanti altri hanno abbassato il capo. Ma che dico, ci hanno studiato, ci hanno vissuto. La copertina mostra quello poi il disco è: quattro operai. Ma dietro c'è una scritta grossa come una casa: stella e falce e martello. E poi le facce di questi uomini non sono solo cattiveria. Cioè, hanno nocche dure come sassi che si sparecchiano gli zigomi con una carezza, ma in quegli occhi vediamo vite. E infatti questo è quello che fanno. Magari altre band raccontavano molto nello specifico alcuni aspetti della vita operaia, loro ti prendono per mano e ti raccontano tutta la loro esistenza. Con un po' di romanticismo politico.
La title track si apre con un tono molto beat-rock tipicamente italiano e poi ingrana la quarta. E non ce n'è per nessuno, senza mezzi termini uno dei punti più alti del rock italiano. Un testo che analizza tutta la realtà del ribelle proletario vero: polizia, droga, manifestazioni e sogni di armate rosse. Musicalmente la canzone è un gioiello; ripone un'attenzione puntuale nella melodia e non cede mai, assestando incastri perfetti e un ritornello che sarebbe severo definire da manuale. Entusiasmante anche se non altrettanto perfetta "Beat-Ska-Oi!", altro manifesto del gruppo che rivela l'anima più ska. Ma i livelli altissimi si tornano a riconoscere con "Luna Rossa", brano che usa la tecnica del ritornello corale pieno e non a controcoro entrante. Per chi la conosce, la stessa impostazione del coro della storica "Droga arma del potere". La violenza da pellerossa sprizza da ogni poro, ma la radice quasi cantautoriale spiazza l'ascoltatore con la successiva "Comunicato N°38", che con l'alternanza di una voce femminile crea una sorta di "Il cielo è sempre più blu" (specifico, lo intendo positivamente in quanto per ma Rino era un genietto) struggente, lenta e lunga - così come del resto in contrasto con la tradizione punk questo disco tende a essere. Carina ma discutibile "La Conta", che elenca alcuni nomi di persone coinvolte nel terrorismo degli anni precedenti. Non innovativa ma trascinante "Potere al popolo", brano più prettamente punk fatto come si deve a cui segue la cadenzata "Viva Zapata!". Cadenzata ho detto? Aspettate un paio di minuti e vi ritrovete a ballare come peones sparando in aria ubriachi. Un altro centro. Cabrones! L'anima ska è ancora una volta omaggiata attivamente. Do solo un suggerimento; è un dettaglio, okay, ma di quelli che contano: quando dice "Viva Zapata!" una controvoce ripete "viva". Okay, non è nulla, ma è un ottimo esempio di come componessero le canzoni con consapevolezza. Ritmo street punk per "Un altro giorno d'amore", che tra schitarrate aperte e una batteria atletica come piace a me tira fuori un brano che mostra quel lato punk che secondo me ha molto influenzato l'heavy metal, quello più politiccizzato e punkettaro, che abita gli underground europei. Del resto, che i Banda Bassotti di heavy metal non ne avvesero mai ascoltato ci credo poco. Il testo, inoltre, evidenzia un tratto tipico di alcune frange ska, ovvero un'attenzione che molti gruppi Oi! si sognavano è che è abbastanza figlia - credo - della tradizione cantautoriale che poi verrà, non a caso, recuperata da certi Modena City Ramblers, altri gruppo che di ska qualcosa ne sa. Sublime "Mockba '993", con un ritmo costante e un'intuizione melodica perfetta. Il ritornello si fa attendere, ma colpisce con un pugno nel petto; tra gli apici del disco. Ancora meraviglie centroamericane con "Carabina 30-30", in spagnolo. Canzone più che altro d'atmosfera, rompe la continuità del disco ed è carina pur non rappresentando un grande episodio in sé. Chiude degnamente "Andrò dove mi porteranno i miei scarponi", che si apre con un riffing hard rock e un tono Oi!. E infatti lo urla: "Oi!", e parte col brano forse più Oi!, appunto, del disco.
Il disco racconta esattamente il suo titolo. Consapevolezza di essere reietti mai piagnona, sempre attiva, che mai si compiace in modo vuoto come a volte la tradizione skinhead rischia di fare. È frizzante. È il ricordo delle nottate di paura vera negli anni di piombo, è l'atmosfera vera delle risse dipinta quasi in modo gotico ("Luna rossa" in primis), è l'amore per il rock and roll che si riversa in assoli di chitarra da brividi, è il ritrovarsi sotto i portici del centro quando tutto sta per scoppiare, è la fatica dell'operaio, dell'ultras, di chi dice no alla droga. E in questo senso credo siano uno dei dischi più italiani che il punk abbia mai partorito. Metteva insieme gli elementi che rendevano il punk internazionale con gli elementi che caratterizzavano l'Italia dell'epoca.
E in tutto questo, in questa lotta, senza menate, loro erano questo. "Sono un avanzo di cantiere, rifiuto questa società, che ri ringrazia a cazzi (calci...) nel sedere e toglie il pane a chi non ce l'ha". Voto: 93/100.