American Animals (2018) si presenta come film su di un furto bizzarro, ma sotto la sua superficie stravagante nasconde qualcosa di molto più inquietante: un’elegante meditazione sulla giovinezza, l’identità e il terrore di vivere vite ordinarie e dimenticabili.
Ambientato sullo sfondo, apparentemente banale (ma realmente esistente in Kentucky), della Transylvania University, il film gioca subito con le aspettative. Soprattutto per il pubblico europeo, il nome potrebbe evocare assurdità gotiche piuttosto che il furto di libri rari e inestimabili. Eppure, i tesori al centro di questa bizzarra storia vera non sono meno mitici: tra questi, il monumentale Birds of America di Audubon e una prima edizione di On the Origin of Species. Artefatti di genialità, bellezza e permanenza, in netto contrasto con i giovani uomini ancora in formazione che tentano di rubarli.
A differenza dei criminali convenzionali mossi principalmente dall’avidità, Spencer e Warren sono spinti da qualcosa di più complesso psicologicamente e tipicamente moderno: panico esistenziale. Spencer, artista in erba soffocato dalla mediocrità, desidera non solo la ricchezza ma anche significato. Romanticizza il caos, aspirando ad una vita sufficientemente drammatica da sottrarlo all’anonimato.
Warren, più sconsiderato e ordinario, condivide questa fame ma la interpreta in modo diverso, trattando il crimine sia come ribellione che come auto-invenzione. La loro rapina diventa meno un’impresa concreta che una disperata, quasi assurda performance contro l’insignificanza stessa.
È proprio questo nucleo esistenziale che eleva American Animals oltre l’esercizio di genere, ma il vero merito di Bart Layton risiede anche nella costruzione formale del film. Mescolando interviste documentarie e drammatizzazione sceneggiata, Layton frammenta la narrazione in ricordi contrastanti, distorsioni soggettive e sperimentazioni visive stilizzate. I partecipanti reali interrompono l’azione, spesso contraddicendosi tra loro, creando una narrazione instabile in cui la verità diventa sfuggente.
Anche il montaggio è fuori dagli schemi: movimenti di camera frenetici, dettagli visivi ironici e prospettive sdoppiate trasformano quello che sarebbe potuto essere un classico film di rapina in qualcosa di molto più strano. Il film oscilla in uno spazio insolito tra documentario, satira, studio psicologico e thriller. Questa struttura ibrida riflette i protagonisti stessi, giovani sospesi tra fantasia e realtà, tra autenticità e auto-mitizzazione.
Questa non è semplicemente la storia di una rapina fallita, ma un ritratto di una generazione tormentata dal timore che la normalità coincida con la cancellazione. American Animals racconta la seduzione pericolosa dell’eccezionalismo, la fantasia che un solo atto sconsiderato possa scolpire il senso in un’esistenza altrimenti insignificante.
Elegante, intellettualmente stimolante e sottilmente tragico, questo non è un film da guardare passivamente. Premia chi è attratto da narrazioni anticonvenzionali e sfumature psicologiche piuttosto che dai cliché. Bart Layton ha creato qualcosa di raro: un film su di una rapina in cui gli oggetti rubati sono quasi secondari rispetto al tentativo frenetico dei personaggi di conquistare inportanza.
Per questo motivo, è difficile non notare con rammarico che il più recente Crime 101, pur essendo tecnicamente impeccabile e più accessibile commercialmente, non riesce a raggiungere lo stesso livello di originalità o profondità tematica. Dove American Animals osava formalmente ed era carico di tensione filosofica, Crime 101 si piega alle aspettative contemporanee di inclusività e ampia commerciabilità, sacrificando parte della voce autoriale affilata e imprevedibile che aveva reso questo film così unico.
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Disponibile su Prime.