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Bennie Maupin
The Jewel In The Lotus

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Inutile girarci attorno: l'opera prima di Bennie è un album estremamente arduo e complicato all'ascolto, sconsigliabile a quanti non siano disposti ad avventurarsi sui difficili sentieri della polifonia e dell'improvvisazione. Nondimeno, è un disco affascinante ed "atmosferico", intenso, passionale, sconcertante a tratti, decisamente più vicino all'avanguardia contemporanea che non agli stilemi classici della Fusion anni '70 (nel cui ambito si può tuttavia ricondurre). Cimentarsi con "The Jewel & The Lotus" significa soprattutto lasciar da parte aspettative e preconcetti, per affidarsi all'imprevedibilità di soluzioni strumentali ardite e lontane da certa immediatezza del Jazz più "funkeggiante" di quegli stessi anni.

Chi è Bennie Maupin, per quanti non abbiano già conosciuto questa singolare figura di "ricercatore in musica"? E' un fiatista di Detroit, classe 1940, che alcuni ricorderanno alle dipendenze di Herbie Hancock nel Mwandishi Sextet e poi negli Headhunters, ma anche collaboratore di Miles Davis da "Bitches Brew" a "On The Corner". "The Jewel In The Lotus", registrato nel marzo del 1974 a conclusione del sodalizio con Miles, stupisce e affascina critica e pubblico con una strana e originalissima formula di musica strumentale etnicamente connotata, densa di variazioni e umori contrastanti, concepita all'insegna di un minimalismo rarefatto e misterioso. Spiritualità e meditazione pervadono le otto composizioni dell'album, divise fra quadretti armonici della durata inferiore ai due minuti ed "escursioni" d'ampio respiro, in cui singole note sono prolungate dal solista (qui impegnato al sax e al flauto) per più secondi, in piena fedeltà alla prassi performante del Coltrane più tardo e dello Shorter recente, quello dei primi Weather Report. Non è un caso, ad esempio, che l'apertura e lo sviluppo dell'iniziale "Ensenada" ricordino molto da vicino una "Orange Lady": lo Zawinul di turno è Herbie Hancock, ospite d'eccezione dell'album, e la sequenza di note eseguite "a cascata" al piano è il perfetto tappeto armonico per l'ispiratissimo e toccante commento di Bennie; soavità e commovente delicatezza si alternano a momenti di inquietante atonalità. La pulsazione continua del contrabbasso si sovrappone allo straniante effetto suscitato dalla duplicazione del sostrato percussivo (la batteria di Billy Hart - appena accennata - sul canale sinistro, il vibrafono di Frederick Waits sul canale destro). Una conferma dell'influenza esercitata su Bennie (come su altri sperimentatori del periodo) dalle avvenieristiche tecniche di produzione recentemente sperimentate da Teo Macero.

Minacciosi canti tibetani definiscono il quadro sonoro di "Excursion", di certo l'episodio più vicino al "free" e alla cacofonia, oltreché "psichedelico" negli esiti, dominato nella seconda parte da una tempesta incontrollata di suoni e strumenti in cui orientarsi è pressoché impossibile. Qui, come in "Mappo", ad accentuare la varietà timbrica dell'insieme è la tromba di Charles Sullivan. Hancock sale in cattedra nel breve intermezzo piano-flauto incaricato di chiudere la prima parte dell'album, eseguendo complessi arabeschi accompagnato dal flauto e, verso il finale, dalla soffusa batteria di Hart. Si gira lato per perdersi tra i colori e gi umori di una "title-track" più che mai orientaleggiante (superba l'esposizione introduttiva di contrabbasso e piano elettrico), prima dell'entrata di Bennie per dieci minuti di incanto totale, fra armonie "floreali" e l'innaturale sospensione di un "oppiaceo" miraggio. In "Song For Tracie Dixon Summers" e nella conclusiva "Past Is Past" rivive - ascoltare per credere - lo spettro di Coltrane.

Solo ripetuti ed approfonditi ascolti potranno garantirvi il completo apprezzamento di questo "gioiello nel loto". Invecchiato benissimo, fra l'altro. 

Sono 44 minuti di estasi purissima. Irrinunciabile esperienza d'ascolto per i cultori del caleidoscopico Jazz del decennio.

Commenti (Tre)

MastroTitta
MastroTitta
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