1988. La, per auto definizione, bitch del rock duro e del metal, Betsy M. Weiss, ragazza proveniente dalla costa del New Jersey, arriva alla sua quinta prova ufficiale, la prima solista. Un passato pieno di avventure e l'unione con la band Bitch (appunto) hanno sancito una carriera priva dei successi che avrebbe meritato, ma ancora sotto gli occhi di molti. Perché costellata da punti di attivismo militante nella cultura musicale di genere che l'ha portata, tra i 70 e gli 80, a frequentare i locali del boulevard come ad inserirsi, insieme alla band, nel circuito della NWOBHM d'importazione che in California viveva logicamente con i vinili in arrivo dall'Europa.
Come fa subito pensare la data d'uscita di questo album omonimo, siamo in piena epoca street / glam e hard rock, parecchie sono state le donne ad averci provato e Betsy non vuol lasciarsi sfuggire l'occasione di entrare a far parte del nocciolo duro femminile della scena. Le copertine dei dischi con i Bitch lasciano chiaramente vedere una ragazza che, pur non essendo un fenomeno della natura, ha comunque le phisique du role e si mostra scollacciata o quasi nuda. Il secondo album della band s'intitola addirittura "The Bitch Is Back" e sulla copertina campeggia lei che si copre il seno vestita di nulla. Una che osa, appunto. I presupposti scenici per provare ad arrembare ci sono tutti. In termini musicali ci si aspettava un passo avanti rispetto ai Bitch. Le varie Lita Ford e Lee Aaron che padroneggiano sicure il mercato female hanno talento e idee da vendere.
Betsy mostra subito i suoi limiti fin dalla partenza, quando si tratta di competere sullo stesso piano. La voce della ragazza evidentemente si presta più all'heavy metal che agli hard rock iniziali di stampo tipicamente californiano, non propositivo, involuto in se stesso, fac-simile rispetto a quello delle dive citate prima. Ma non per questo brutto o noioso. Ci sono, da contraltare, ampi spunti heavy, soprattutto nei ritornelli, che si fanno rispettare e che portano questa produzione a salire di tono man mano che si va avanti. Sia chiaro fin da ora, l'album non è una dignitosissima proposta che, di traccia in traccia, lascia emergere il lavoro che c'è stato dietro e le buone intenzioni dell'artista. Non siamo davanti alla storia di rock e metal ma dinanzi a un disco che si differenzia rispetto a quello delle altre dive della musica dura per un sound più potente. Al pronti, partenza, via c'è "You Want It You Got It", hard rock secco e molto power dove si sente subito che la voce starebbe bene su un classic heavy. Tant'è che la partitura, per lasciar venire fuori la potenza della voce, scorre perentoria sì, ma a ritmi sostenibilissimi. La band comunque c'è, lei pure. "You'll Never Get Out (Of This Love Alive)" continua sulla scia dell'opener ma si fa sensibilmente più dura, con chitarre dal riffare basso, da marcia, e un ritornello molto forte e scintillante. Il bridge di questo pezzo è sicuramente la cosa migliore. Assoli nella norma. "The Devil Made You Do It" è heavy metal allo stato brado, stile primi Motorhead e Girlschool. Un pezzo in cui Betsy prova a raschiare con discreti risultati. Di certo c'è che qui si poga. "Rock N' Roll Musician" sembra un pezzo di Fool's Game dei Mordred, con certi punti di contatto con i WASP. È qui che si rinuncia all'idea di trovare qualcosa di sostanzialmente originale nell'album. Ma alcuni passaggi, come il ritornello, convincono che sforzi sono stati fatti. "Cold Shot To The Heart" è un "arrivano i nostri" pacchiano e sicuro dei sé come i primissimi Motley Crue. Il ritornello è comunque heavy, il pezzo è il migliore del set offerto da Betsy. "Flesh And Blood" è class rock che sfiora l'aor, mancano le tastiere ma di nuovo non è assente un chorus di quelli studiati apposta per la cantante in una song che, unita alla precedente, alza il livello della disputa. A seguire c'è "Turn You Inside Out", un epico hard rock che conferma che il secondo blocco di brani, quelli più personali e costruiti sull'interpretazione della cantante, funziona meglio e in alcuni passaggi davvero alla grande. "What Am I Gonna Do To You" è un pezzo che si carica a molla per qualche secondo e poi va avanti con la carica travolgente degli Scorpions ma senza somigliargli molto. Quando si arriva a "Stand Up For Rock" l'immediata sensazione è quella di ascoltare un inno di tributo al genere, ma forse c'è di più. Le prime forme di heavy metal unite al martellamento di venomiana memoria imperversano su questo spartito flagellandolo a piacimento. Troppo veloce per i miei gusti ma ai metallari doc piacerà. "Sunset Strut" è furbetta e la prima parola del titolo la colloca lì dove merita di stare. Un giro di basso, magari non troppo osè, riesce comunque a portarsi dietro la chitarra mentre, sciamanica, Betsy intona il suo canto. Il CD offre anche una bonus track, "Get Out", rock da segheria ben fatto e buon omaggio ai suoi fans.
Anche questo sarebbe un 3,5 come per gli Sweet Teaze recensiti in precedenza, ma si sa che sullo sleaze non transigo ed approssimo per difetto. In questo caso, invece, vista la genuinità e la scelta chiara di fare musica d'acciaio, l'approssimazione per eccesso non mi dispiace affato.