L’appassionato di musica rock avido piluccatore di bancarelle, scrutatore di copertine, accertatore di nomi a lui familiari nei crediti delle stesse che siano magari il produttore oppure qualche strumentista più o meno ospite, non è raro che si faccia conquistare da band mai sentite prima investendoci qualche euro a scatola chiusa, avendo imparato a non fidarsi di un assaggio su YouTube che spesso può generare valutazioni superficiali.
Una cosa è in effetti ascoltare dal computer o dal cellulare con un suono di merda qualche mozzicone di brano, altra è portarsi il disco sconosciuto ma con un qualche elemento stuzzicante a casa e sentirselo in pace, magari in cuffia e pure due o tre volte di seguito, consultando al contempo le note di copertina o di libretto e assimilando foto, grafica, tutto quanto.
“Prince of the Deep Water” è stato a suo tempo uno dei miei acquisti alla cieca. Chi come me a casa ha una fornita discoteca probabilmente possiede competenza e sensibilità persino a riguardo del livello budgettario col quale è stato realizzato un disco: il design, la cura nel lettering, l’alto livello (e relativo costo d’ingaggio, sicuramente) di chi vi appare come session man o come ospite segnalano professionalità e possibili positive sorprese.
Banalmente anche la stessa frequenza con cui ci si imbatte in un album ignoto, in mezzo a tutti gli altri dischi di negozi o bancarelle, fa testo: significa che la distribuzione è stata estesa e quindi una casa discografica potente ci ha puntato a fondo. “Prince of the Deep Water” dei britannici Blessing così mi aveva fatto intuire da subito di essere una grossa produzione major, sulla quale per qualche ragione si erano investiti tanti soldini, contando ovviamente di recuperarli con cospicue vendite.
Preso atto infatti dell’impeccabile aspetto della confezione e degli sconosciuti nomi dei componenti di questo sestetto britannico, casca inevitabilmente l’occhio sui corposi ringraziamenti allo stuolo di musicisti che hanno “aiutato”: nomi come Jeff Porcaro, Steve Ferrone e Mel Gaynor ai tamburi, Nathan East e John Giblin fra i bassisti, Robben Ford fra i numerosi chitarristi, Nicky Hopkins e Bruce Hornsby fra i tanti pianisti… In tutto un paio di dozzine di bella gente ed ascoltando il disco si rileva chiaramente che sono stati loro a “fare” le undici canzoni in scaletta: troppo pulite, equilibrate, attente, rifinite per essere farina del sacco di cinque sconosciuti strumentisti esordienti. La batteria di Porcaro poi la riconoscerei anche sott’acqua...
Discorso specifico va fatto per il sesto uomo, vale a dire il cantante: questo William Topley è un discreto interprete fra inflessioni blues, pop e rock. Niente di particolarmente importante, la sua voce incide abbastanza ma dopo un po’ viene anche a noia. Comunque caratterizza decisamente quest’esordio datato 1991 dei Blessing, gruppo riuscito a pubblicare solo due altri album dopo questo.
Colgo nei dodici pezzi presenti in “Prince…” qualche episodio assai valido, segnatamente “Delta Rain” e più ancora il numero finale che fornisce pure titolo all’intero album. Senza infamia e senza lode tutto il resto, ma se vi piace il blues moderatamente roccheggiante e vi capita di trovarlo a cinque euri… (non così difficile), accattatevelo.