Chi ama i Nirvana (tanto per fare un esempio) sa benissimo che, oltre che (ovviamente) la tragica morte di Cobain, quello che provoca più rimpianti è che i tre di Seattle, al momento dell'interruzione del loro percorso artistico, davano l'impressione di essere un gruppo in crescita costante. Tradotto terra terra, ogni album era qualitativamente migliore del precedente. Chi ama i Guns N' Roses, tanto per farne un altro di esempio, sa, o non vuole ammettere (suvvia) che gli album successivi sono una ciofeca in confronto a quello strepitoso concentrato di energia melodica che era "Appetite For Destruction". Grazie al cielo, i Bloc Party dimostrano di appartenere alla prima categoria sfornando un disco superiore di almeno una spanna al pur buon esordio "Silent Alarm" (che poi tanto "silent" non era visto il botto che ha fatto), rivelando una maggiore maturità (che in questo caso, a dispetto dei luoghi comuni, non fa rima con piattezza delle composizioni) e delle nuove, inedite influenze.
Fuoco alle polveri: "Song For Clay (Disappear Here)" si rivela già un pezzo strepitoso, con Okereke e soci che per l'occasione è come se si facessero cucire un vestito su misura dai Muse. La song parte, infatti, con un falsetto convincente di Kele accompagnato solo da tastiera e delicati tocchi di chitarra: irrompe poi una batteria serrata che ci introduce ad un bel riffone deciso e piuttosto insolito, se si pensa alle sonorità proposte nel debut album. Si prosegue con "Hunting For Witches"; la band, per affrontare un argomento delicato come l'attentato alla metro di Londra, sceglie di riproporre le sonorità e i riffettini orecchiabili che tanto ben caratterizzavano "Silent Alarm" (in particolare episodi come "Banquet" e, soprattutto, "Helicopter"). "Waiting For The 7.18" parte come una ninna-nanna per sfociare in un ritornello tipico della band, e finalmente arrivano anche gli strepitosi grovigli ritmici del sublime batterista Matt Tong, veramente uno spettacolo dal vivo. "The Prayer" è lo strepitoso primo estratto, curiosamente il pezzo più sperimentale dell'album, a differenza del nuovissimo singolo "I Still Remember", addirittura eccessivamente radiofonico per gli standard della band. "Uniform" è l'ennesima, bella canzone: parte con un semplice arpeggio di sei corde su cui Okereke costruisce una bellissima linea vocale, poi improvvisamente diventa velocissima e ripropone un bel riff di chitarra, solido come nell'opener dell'album. "On" è accompagnata da un semplice beat e dalla voce di Kele, poi subentra Tong che movimenta la situazione, anche se non risveglia il carattere un po' piatto del pezzo. "Where Is Home" richiama, col suo (ennesimo) ritmo frenetico imposto da Matt, alcune cose proposte in passato dai Chemical Brothers rock-influenzati, mentre "Kreuzberg" è il pezzo più malinconico dell'album. Superata la succitata "I Still Remember", il sipario cala su "Sunday", intro ripresa pari pari dalla parte di batteria di "Speed Of Sound" dei Coldplay e arpeggio sognante di chitarra che domina l'intera canzone, e "SRXT", che si chiude con un'esplosione di suoni perfetta per congedarsi dall'ascoltatore.
Il primo grande album del 2007 insieme ai The Good, The Bad And The Queen; un album che non mancherà di coinvolgervi, di sorprendervi e, perché no, di convincervi a ripremere "play" per un nuovo weekend in città. Di nuovo così grigio, ma mai così piacevole. Chapeau, Mr. Okereke.
Il disco inizia con 'Song For Clay', una traccia alla vecchia maniera di Silent Alarm.
'The Prayer'... un vero grande pezzo indie-rock.