I Boston non hanno mai rilasciato un album dal vivo come dio comanda e così, per sentire su disco il loro suono pantagruelico sfoggiato pari pari anche in concerto, occorre ripiegare su produzioni minori su iniziativa di etichette “indipendenti” ed estemporanee.
L’italiana(!) Lobster Records dunque nel 1990 pubblica questa testimonianza di un’esibizione dei bostoniani risalente a ben tredici anni prima, alla Long Beach Arena vicino Los Angeles. Trattandosi di una produzione low budget la registrazione non è certo ottimale ma almeno risulta priva di quelle galeotte correzioncine atte a cancellare/sostituire errori o imperfezioni d’esecuzione, accorgimenti questi così comuni nei dischi dal vivo delle major. Perciò in quest’opera si può verificare al 100% la reale resa del gruppo on stage comprese alcune “cappelle”, in particolare qualche tono calante del vocalist Brad Delp in certi punti “tosti” dei suoi cantati.
Siamo dunque nel 1977 ed i Boston sono ancora nella formazione originaria, la quale durerà solo qualche anno registrando due (meravigliosi) dischi, prima che le diatribe con la casa discografica e la rigidità del loro leader e factotum Tom Scholz a proposito di certe scelte artistiche e manageriali mandassero all’aria il sodalizio di partenza.
Cosa c’è di nuovo, di diverso nell’ascoltare queste tracce al posto di quelle originali su dischi CBS (poi Sony)? Per cominciare proprio il loro mega-hit “More than a Feeling”: su questo disco questo riconosciuto evergreen ha durata doppia, ben nove minuti, in grazia prima di una intro corale attraversata da poderosi stacchi la quale sostituisce quella celebre assolvenza iniziale di chitarre 12 corde realizzata in studio; e poi, soprattutto, di una lunga coda strumentale finale, giocata su di un cupo galoppo di tom e timpani sul quale la coppia di chitarre disegna filamentose, suggestive evoluzioni, assistita dal sapientissimo uso del delay “spaziale” brevettato dal poliedrico ingegner Scholz.
Vi è poi un numero inedito a titolo “Help Me” ma è un rock’n’roll senza particolari pregi, simile ad altri apripista in repertorio: giusto che non sia riuscito poi a concretizzarsi dentro uno degli album di studio.
In scaletta di concerto vi è anche una perla del secondo album “Don’t Look Back”, a quel tempo ancora in gestazione (uscirà l’anno seguente). La resa della appena composta “A Man I’ll Never Be” è splendida, fatto salvo per qualche stecca vocale del compianto Delp: i due chitarroni bostoniani vi furoreggiano, impegnati in un lavoro massimamente dinamico fra quieti arpeggi a manopola del volume chiusa per metà, intercalati ad imperiali esplosioni a regolazioni tutte spalancate.
Devastante come sempre “Smokin’” il loro capolavoro a tempo di boogie, con l’eclettico Scholz a sciabordare a due mani sulle tastiere dell’Hammond che neanche Jon Lord. E non manca la possente “Long Time”, personalmente la mia pagina preferita in assoluto del repertorio Boston, preceduta come da prassi dal furioso prologo neoclassico “Foreplay”, unica canzone progressive del loro repertorio.
Cinque stelle la musica, tre stelle la sua “confezione” un po’ rabberciata (compreso il montaggio fotografico di copertina, la quale inoltre riporta pure il titolo di un brano in maniera erronea: “Something About You” è divenuto “It’Ain’t Easy”, prendendo evidente spunto da un verso in un altro punto del ritornello. Faccio perciò grossolana media: ****