Gli anni 90 erano stati dominati dal tentativo di mettersi alle spalle la grandiosità delle opere, studio e live, con la E Street band, un tentativo, per quanto possibile, riuscito. Poi la “re-union” con la ESB, l’11 Settembre e The Rising, un disco, anzi praticamente un “doppio”, tanto bello quanto ricco e complesso, destinato a rimanere, forse a torto, troppo legato all’evento tragico dell’attentato del 2001 e un poco staccato dal resto della produzione, come dimostra la scarsa esecuzione live della maggior parte delle tracce, malgrado l’alto valore artistico.

Dopo quel disco tutti si aspettavano ancora un album con la ESB, invece no, nel 2005 esce questo Devils & Dust, un album folk, molto scarno, che vede Springsteen impegnato nel suonare tutto, compresa la batteria, con l’intervento a supporto di pochi “abbellimenti” consistenti per lo più nell’inserimento, mai esagerato e sempre in sordina, degli archi della Nashville String Machine a dare un tocco country ad un album per lo più oscuro, ma dalla bellezza chiara.

Viene facile legare il disco a Nebraska (1982) e The Ghost of Tom Joad (1995) sotto la comune etichetta di album folk ed in parte è giusto farlo, anche se questo è, a parere mio, un album più complesso e ricco dei primi due, senza voler con ciò fare classifiche di bellezza, anche perché sia Nebraska che The ghost of Tom Joad sono capolavori, a loro volta diversi tra loro e diversi dal disco in esame.

Il disco si apre con Devils & Dust , un capolavoro, pezzo sicuramente concepito per essere suonato con la band, cosa che, raramente, è accaduta con un risultato finale non inferiore alla versione su disco, dove comunque tastiere, organo ed archi formano un tappeto sonoro di grande bellezza ed impatto abbracciando la chitarra acustica, la voce, maestosa ed espressiva e l’armonica dell’autore. Il testo è il diario di un soldato americano (probabilmente in missione in Iraq) che parla con un suo amico e collega sul fronte a cui confessa di aver sognato la sua morte: sognare la morte in guerra del proprio amico è un po’ come sognare la propria morte e questo alimenta i dubbi del soldato di stare combattendo senza motivo: ”I got my finger on the trigger but i don’t know who to trust (io ho il dito sul grilletto, ma non so a chi credere)”. Questo è l’unico pezzo del disco che parla di guerra allacciandosi agli eventi di The rising, di qui in avanti, l’argomento centrale del disco diventa il rapporto uomo-donna vissuto nella dimensione familiare marito-moglie/figlio-genitore.

All the way home e Reno sono canzoni che parlano della fine di un amore, nella prima l’ uomo cerca invano di recuperare un rapporto fallimentare, nella seconda (censurata per l’esplicità del testo) si affida alle attenzioni di una prostituta che non riesce comunque a regalargli le emozioni e la passione della compagna che non c’è più in questo caso dopo un evento tragico; musicalmente la prima è un pezzo blues-rock, molto teso ed acido, tutto giocato sul sarangi elettrificato (suonato da Brendan O’Brien) a dare un tocco etnico al pezzo, la seconda è un blues-folk dominato da una chitarra dobro arricchita con tocchi di archi.

Silver Palomino, Jesus was an only son e The Hitter, sono una triade che racconta, con picchi poetici altissimi, il rapporto madre-figlio: la prima racconta la morte di una madre il cui spirito il figlio fa rivivere in un cavallino dal colore dell’argento, la seconda parla, attraverso le immagini bibliche della morte di Gesù, del dolore della madre che perde un figlio, l’ultima del dolore di un figlio, un picchiatore/pugile di incontri clandestini per strada, che cerca un po’ di dolcezza e di perdono tra le braccia della madre; musicalmente Silver Palomino e The Hitter sono due pezzi folk, della miglior scuola americana, in particolare The Hitter lo reputo tra le canzoni più belle non solo di Springsteen ma del repertorio folk americano. Jesus was an only son, forse la canzone più bella del disco, di folk non ha nulla, è un pezzo gospel, dominato dal pianoforte e dai cori femminili (Tyrell, Scialfa, Lowell), riporta alla memoria alcuni episodi musicali “spirituali” degli album della conversione cristiana di Bob Dylan.

Di solito i dischi di Bruce Springsteen si chiudono con un riempitivo (si fa per dire): All i’m thinkin ‘about forse era stata concepita come chiusura, un pezzo dal testo semplice e disimpegnato (“tutto quello a cui penso sei tu, piccola” ), dopo tanta poesia; musicalmente interessante però, country suonato alla chitarra dobro e cantato con una voce in falsetto, assai efficace.

Chiude Metamoros Banks, altro capolavoro folk, insieme a The Hitter: qui tornano i temi di The Ghost of Tom Joad, si parla di immigrati messicani che perdono la vita attraversando i fiumi; “for two days the river keeps you down, then you rise to the ligth”….per due giorni il fiume ti tiene giù, poi risorgi verso la luce senza alcun rumore: inizia così, in due versi di incredibile bellezza, ha detto già tutto; bellissima l’interpretazione di Springsteen, che in questo disco, a parere mio, sfoggia la sua migliore performance vocale di sempre.

Non è un disco semplice, non è un disco musicalmente capace di catturare rapidamente l’attenzione, è folk proprio per questo, per la sua non commercialità.

Consiglio di accompagnare l’ascolto alla lettura attenta dei testi che sono l’apice poetico dell’opera di Springsteen.

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