Tutto e il contrario di tutto. Attesa violata da internet. Entusiasmi soppressi e poi esplosi. Delusioni sospettate, attese e temute e poi esplose ancora più forti.
Gente che l'aspetta al Forum di Milano come s'attende il messia, e gente che ritiene sia finito e non sia più quello di una volta.
Per alcuni i dischi intimisti sono molto più belli, per altri "come la E Street non c'è nessuno".
Indubbiamente l'unica cosa che non si può negare è che Bruce Springsteen, il Boss, non riesca a non far parlare di sé. Ma anche qui certamente c'è qualcuno disposto a vomitar sofismi per dimostrare che lui è un modesto personaggio, fuffa montata dal cattivissimo mercato (il babau che serve a rincoglionire i giovani e rassicurare gl'isterichetti con la sua oggettiva ultrapresenza), e che non ha quella bella freschezza dei Franz Ferdinand (tanto per dire un nome del brufolissimo panorama meteorico e giovanile attuale...).
Fatto sta che questa storia cominciata nei primi settanta ha scritto oggi un altro capitolo, un capitolo difficile da leggere, facile da bollare, in sintesi ostico da valutare in via definitiva. Sì, perché il disco è apparentemente simile a molti altri, col pezzo "da stadio", la ballatona impegnata e quella disimpegnata, il giro d'archi interessante e la particina di chitarra esaltante, il riffone graffiato di tenore, l'urlo e il sussurro del protagonista.
Insomma: il Boss è tornato, e perdipiù con la E Street, in uno di quei periodici ritorni che entusiasmano, infastidiscono, annoiano, indignano, fanno gridare tanto al miracolo quanto allo scandalo.
Il disco, perché pur di quello bisogna parlare, è rock, sempre che rock significhi ancora chitarre distorte, organi hammond, batterie decise e antichi e solidissimi muri di suono.
È dunque un disco "di una volta", sempre ammesso che ci si convinca che il rock è morto (e io ne sono abbastanza convinto...o temo che, quantomeno, non stia benissimo...).
Liriche non banali, musiche orecchiabili e cantabili, eterogeneità e grande professionalità.
Cose da poco...? Forse. Ma io son convinto che, come nel jazz sia difficile dire qualcosa con un sax tenore dopo Trane, così nel rock e nella canzone d'autore sia difficilissimo dire qualcosa di nuovo, o quantomeno buono, dopo Stones, Dylan e i pochi altri grandi che non si sono limitati a scrivere grandi pagine, ma le pagine hanno girato, compiendo quell'evento oggi completamente sconosciuto e inedito che è il "passo avanti".
E il Boss, che qualche paginetta l'ha girata, qui non dice nulla di nuovo, ma quel che dice lo dice benissimo. Questo è lo sforzo d'onestà che ci si dovrebbe permettere, non vergognandosi e non cedendo a pseudo progressismi musicali che spesso nascondono null'altro che l'incapacità d'accettare il passare del tempo ed il volersi incaponire nel ritenere la propria epoca degna di memorie che non può né avere né seminare.
Impossibile negare valore a questi brani scritti da un ultracinquantenne e suonati (sempre benissimo) da un altro manipolo di vecchietti o quasi (Clemmons va per i settanta e si vocifera sarà l'ultimo suo tour, Federici pare non star troppo bene, ecc...).
Impossibile negare che, qui come altrove, abbiano più smalto i grandi vecchi, dicendo benissimo il nulla di nuovo che dicono, piuttosto che le troppe meteorette giovani che a cadenza trimestrale ci vengono venduti per geni (compresi o meno...), facce d'angelo sbarbate e gorgheggianti, scolastiche e inutili. Assolutamente indistinguibili per il semplice motivo che distinguerli è attività inutile quanto destinata ad essere datata da una settimana alla successiva.
Qui c'è una vecchia casa, un vecchio divano, conosciuto e comodissimo. Ma che, come spesso capita, se lo butti via ti penti subito dell'apparentemente perfetto sostituto dell'Ikea.
In America hanno scritto che "il rock è morto ma si son dimenticati d'avvertire Bruce Springsteen".
Bella frase, anche questa interpretabile in due modi, come tutto ciò che attiene al Boss: il rock è morto e lui pateticamente non se n'è accorto, oppure è morto e lui, giustamente, se ne fotte?
La title-track, forse la canzone migliore del disco, è una triste country ballad dalla dinamica sostenuta.
Un disco dunque che conserva una certa medietas dall'inizio alla fine, piacevole, ma non straordinario, senza né picchi in alto, né gravi cadute di stile.
Questo è lo Springsteen da stadio, chi cerca il balladeer di "the Ghost of Tom Joad" lo ritroverà solo a sprazzi.
Un disco godibilissimo grazie soprattutto alla qualità delle composizioni, come sempre sopra la media, ma con una E-Street Band troppo spesso rozza e dozzinale nel vestire le canzoni.
Questo disco datato 2007 fu un vero colpo al cuore per me.
«Girls In Their Summer Clothes» è la canzone che da solo vale il prezzo del biglietto.