I Buzzcocks rappresentano indubbiamente una delle band più tecniche e maggior dotate di tutta la scena musicale punk inglese dei seventies.
Da un punto di vista dell’immagine, tuttavia, ancorchè nell’atteggiamento rispecchiavano fedelmente i canoni e clichè del movimento (erano compagni di bevute e scazzottate dei Pistols di Rotten e Vicious, ed in molte occasioni aprivano i loro concerti), costituivano un gruppo sui generis, per via soprattutto del look di chiara ispirazione sessantiana, quindi molto normale e in controtendenza rispetto alle mode del periodo, e del suono intriso di melodia pop anch’esso di derivazione dalla decade precedente.
I loro testi, inoltre, si discostavano del tutto dalle tematiche politiche e sociali che caratterizzavano i vari Pistols, Clash, Stiff Little Fingers, per affrontare argomenti abbastanza inusuali per il genere come la droga, il sesso e l’inquietudine giovanile.
Ma, più di tutti, i Buzzcocks sapevano suonare.
Non aspettatevi, ovviamente, perfezionismi d’alta scuola e innumerevoli cambi di tempo, non sono queste caratteristiche proprie del punk, ma composizioni che, nella loro semplicità, risultavano essere tecnicamente perfette. Merito questo soprattutto della bravura del chitarrista e cantante Pete Shelley, dalla voce melodica e mai urlata, e del bassista Steve Diggle.
Ho conosciuto i Buzzcocks grazie a “Ever Fallen i Love (With Someone You Shouldn’t’ve)” (spudoratamente copiata dai Green Day di “When I Comes Around”), canzone punkrock dal ritmo serrato e convolgente. L’album che la contiene, “Love Bites”, datato 1978, è sicuramente un’opera punk–pop degna di valore.
L’opener “Real World” è in pieno Buzzcocks style, esempio di punkrock song dalle venature melodiche pop, in cui brilla la prestazione di Diggle al basso e l’assolo centrale di chitarra alla Buddy Holly .
Si preme maggiormente sull’acceleratore con “Operator’s Manual”, con la sezione ritmica sprizzante di energia ammorbidita dalla voce calma ma decisa di Shelley. In “Nostalgia” è, invece, proprio la prestazione canora di Pete a mutare, più rabbiosa e corposa, che accompagna i rigurgiti punkrock di sottofondo.
Prevedibile ed abbastanza monocorde la successiva “Just Lust”, a mio avviso, unico vero punto debole dell’album. Molto bella e danzereccia, al contrario, “Sixteen Again” che, con la ballata “Love is Lies”, contraddistinta da un suono fresco e positivo, rappresentano, a mio parere, i punti di forza di “Love Bites”.
Da menzionare, infine, sono la trascinante cavalcata rock di “Nothing Left” e la strumentale “Walking Distance”, in cui la band ci dimostra di saperci fare con gli strumenti in mano.
Se intendete riscoprire o conoscere la storia del punk inglese della seconda metà degli anni 70, i Buzzcocks non possono assolutamente mancare nella vostra ricerca, di cui questo “Love Bites” è considerato uno degli episodi migliori.