Cairo
Cairo

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Cairo (bel nome... corto e distintivo!) è stato un valido e non troppo fortunato quintetto neo-progressive proveniente da San Francisco. Sono riusciti a pubblicare tre lavori, quest’esordio nel 1994, poi un secondo nel 1998 e l’ultimo nel 2001.

Bravi, molto bravi… A parte la destrezza musicale (tastierista competentissimo… a livelli concertistici sul pianoforte; cantante con voce alta ed estesa, sufficientemente espressiva; batterista adeguato e soprattutto coinvolto a fondo a livello compositivo), fa specie la circoscritta miscellanea di stereotipi richiamata dal loro stile, che senza troppi fronzoli può essere riassunta nella seguente, lapidaria equazione:

YES + ELP = Kansas ˗ violino.

La loro bravura è stata mantecare di continuo queste 1+2=3 ispirazioni senza far emergere alcuna di esse in modo smaccato, e ciò attraverso la pianificazione di dense ma equilibrate composizioni, a volte lunghette a volte no, tutte ben piene di situazioni, cambi d’atmosfera, ritmo, strumenti al proscenio, ma senza mai andare fuori giri.

Questi son dischi che necessitano di lunga assimilazione… professionalità e brillantezza saltano subito all’orecchio ma per cominciare ad apprezzare le melodie e distinguere a fondo un brano dall’altro sono necessari ripetuti ascolti, almeno cinque o sei. Astenersi perciò perditempo, qui bisogna investire qualche ora delle proprie preziose orecchie d’appassionato.

Sei i brani presenti, aperti da una breve intro a fanfara, niente di che però, e all’opposto una spettacolare conclusione con tanto di suite oltre i ventidue minuti. Nel mezzo, quattro robusti brani fra gli otto e i dieci minuti, più o meno multipartiti, complessi ma scorrevoli.

Ma è la suite finale il pezzo forte: s’appella “Ruins at Avalon Gate” (accipicchia…) e rotola potente, cangiante, divertente e varia dall’inizio alla fine. Esordisce con un bel cinque quarti alla “Tarkus”, pilotata dal virtuoso pianoforte ma con intorno organo, sintetizzatori e chitarra solista come piovesse. La voce entra che siamo quasi al sesto minuto, stentorea, poi c’è un duello organo/sintetizzatori di buona scuola emerson/wakemiana. Delizioso il pianoforte quando viene lasciato da solo ad arpeggiare e correre su e giù a tutta tastiera, continuamente contrappuntato dagli altri strumenti finché viene avvicendato dall’organo per un esteso assolo su micidiale giro di basso.

E siamo ancora a metà della suite… il batterista cambia un groove al minuto, metodico e creativo, le dominatrici sono per un altro po’ le tastiere poi è il turno del chitarrista di stampare un melodicissimo assolo, il quale sfocia in un prolungato botta e risposta coi sintetizzatori solisti. Belle atmosfere… certo, polpettone progressive, ma non troppe note… cioè parecchie ma quelle giuste, senza pesantezze progressive metal fra l’altro.

Al sedicesimo minuto ritorna il giro di piano iniziale, ostinato e trascinante. Il cantante sempre zitto… anzi no, si rifà vivo quasi al minuto diciannove per sparare un altro paio di strofe, condite di armonizzazioni ancora più estese qua e là. In maniera abbastanza sorprendente tale sostanzioso brano finisce con un paio di serafici minuti tappetosi, quasi new age, forse il momento più magico, veramente elegante, spezzato da un’ultima scarica finale di pieno orchestrale, giusto per lanciare lo stop finale.

Quattro stellette, mi gustano assai.

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