LA RECENSIONE

“Il professor Guidobaldo Maria Riccardelli una volta alla settimana obbligava dipendenti e famiglie a terrificanti visioni dei classici del cinema. In vent'anni Fantozzi ha veduto e riveduto: Dies irae di Carl Theodor Dreyer (6 ore); L'uomo di Aran di Flaherty (nove tempi); ma soprattutto il più classico dei classici: La corazzata Kotiomkin (18 bobine).”

Luciano Salce, Il secondo tragico Fantozzi, 1976

Sì, certo, Dies Irae, sei ore… proviamo ad inquadrare il film andando al di là dell’iperbole e della satira fantozziana. In realtà, Dies Irae dura 97 minuti. Girato nel 1943 nella Danimarca occupata dai nazisti, racconta, in ordine severamente cronologico, la vicenda di Anne, giovanissima sposa di un infelice matrimonio con Absalon, un vecchio pastore luterano. Quando il figliastro Martin, frutto del primo matrimonio di Absalon, ritorna nella casa paterna, la vicinanza tra i due giovani dà vita a un amore incestuoso.

Il tema dell'amore infelice tra un marito anziano e una giovane moglie ha generato, nella storia della letteratura, trame beffarde e intrecci comici longevi e di grande successo. Un esempio viene da quella multiforme raccolta di storie medievali che è il Decameron, il quale ne offre più di una testimonianza; allo stesso modo una trama simile è fulcro della Mandragola del Machiavelli. Nei racconti medievali e rinascimentali la giovane, divenuta moglie di un matrimonio insoddisfacente, con astuti sotterfugi, si riprendeva ciò di cui il vecchio marito la privava, ciò che naturalmente le sarebbe spettato. La società, almeno nel racconto, tollerava o addirittura premiava la vitalità giovanile e puniva e si faceva beffe della stoltezza senile.

Niente di tutto ciò nella Danimarca luterana del Seicento, diverso era il clima da quello dell’Italia del Trecento: qui gli impulsi amorosi di Anne e di Martin non sono ingegno: sono peccato innato. Sugli esseri umani incombe un destino tragico. Però, mentre in Martin inizia a farsi strada questo senso di colpa, Anne celebra ancora inebriata la felicità dell’amore:

“Anne, se potessimo morire!”

“Morire, morire, e perché?”

“Per non peccare!”

“Peccare? È un peccato amare? Non dirmi niente Non pensare a niente Ricordati solo che ci apparteniamo, come un frutto duro tra gli alberi del bosco, voglio sedermi alla tua ombra”.

Il clima religioso ha reso i costumi rigidi, severi e austeri: tutti ne sono vittime. L’uomo peccatore può però fare il salto dall’altra parte della barricata: Martin sceglie la legge degli uomini e abbandona Anne. Più che un adulto, egli si rivela un "uomo-bambino", privo della forza necessaria per compiere una scelta personale, ma dotato dell'istinto di rifugiarsi nell'ortodossia sociale nel momento fatale. Il suo dissidio interiore non basta a mascherarne la codardia.

Anne, al contrario, una volta tradita, non può non accettare il suo tragico destino. Archetipo di tante protagoniste posteriori - non solo Medea, ma anche Bess, Selma e Grace, tutte le donne di von Trier, quanto devono a quelle di Dreyer! - Anne è un meraviglioso personaggio capace di sfidare una società maschile, ma inerme di fronte al tradimento dell’amato: come sottolineano da questo momento tutte le immagini che - dall’alto verso il basso, come ad opprimerla - la inquadrano da sola. Il regista sottolinea così la sconfitta di fronte al tribunale umano: isola Anne, ne accentua la vulnerabilità e ne registra il definitivo crollo.

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Carl Theodor Dreyer

Regista e sceneggiatore danese noto per rigore formale, uso dei primi piani e intensi temi spirituali e psicologici. Tra i suoi capolavori figurano La Passione di Giovanna d’Arco, Vampyr, Dies irae, Ordet e Gertrud.
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