Bisogna riconoscere che lo stato di salute del cinema francese è buono se un film come "Il processo Goldman" , inscrivibile nel filone del genere giudiziario con tanto di azione rigorosamente entro l'aula di un tribunale, riesce a tener desta l'attenzione dello spettatore. E se la recitazione degli attori principali è impeccabile, a ciò va aggiunto il richiamo preciso e accurato di un'epoca tormentata dalla lotta armata estremista quale fu quella degli anni '70 in Francia (magra consolazione per quanto capitò anche in Italia in quello stesso periodo).

Il regista Cedric Kahn ci porta al processo di appello nei riguardi di Pierre Goldman, svoltosi nel 1976. L'imputato, figlio di un ebreo polacco riparato in Francia negli anni'40, era cresciuto in un'epoca di grande impegno politico e, come tanti altri, dopo aver vissuto direttamente nella Cuba di Castro negli anni '60, pensò bene di andare prima in Venezuela a svolgere attività rivoluzionaria. Poco dopo, tornò in Francia ove si diede a rapinare farmacie per finanziare la sua lotta clandestina contro il sistema borghese. Fra le varie rapine, una costo` la vita a due farmacisti. Arrestato, ammise il suo operato dichiarandosi però innocente in relazione al duplice omicidio.

Se questi sono i fatti preliminari, il film ci porta dritti al dibattimento serrato. E qui l'imputato spicca per forza di cose, sia perché fra lui e l'avvocato della difesa non vi è feeling (per Goldman l'avvocato è un ebreo da salotto), sia perché si ritiene innocente a prescindere ( una sorta di prova ontologica della sua innocenza) e non desidera che sfilino testimoni a suo favore. Si presenteranno solo i testimoni indicati dall'accusa. E qui si assiste a deposizioni imbarazzanti, abilmente smontate dall'avvocato difensore (interpretato dall' incalzante Arthur Harari), proprio a dimostrazione di un fatto generale, ovvero il ricordo di chi era presente non è così granitico e indubitabile. Addirittura uno dei poliziotti presente all'epoca del fatto e chiamato a deporre, sostiene di aver tentato di fermare l' imputato presunto colpevole e ricorda che era una persona di carnagione mulatta. Ma come, il Goldman è di carnagione bianca e quindi con chi ha avuto a che fare il testimone chiave dell'accusa? E questa è solo una delle incongruenze emerse nel dibattimento. Sostanzialmente sorge anche il sospetto di un latente pregiudizio degli inquirenti verso una persona ebrea di estrema sinistra, per quanto poi sia più desumibile un'inefficienza operativa da parte della polizia.

Al di là comunque del verdetto d'appello che scagionò Pierre Goldman (uomo tormentato e destinato dopo pochi anni a morire in circostanze violente e misteriose), una riflessione mi è sorta poi spontanea, ovvero: non è un compito arduo per una giuria chiamata a giudicare una persona accusata di un crimine , distinguere i fatti esaminati in un processo dal carattere dell'imputato? Non può risultare influente il modo di essere di quest'ultimo nel decidere se è colpevole o innocente? In gran sincerità, Goldman ( interpretato da un grande Arieh Werthalter) nulla fa per compiacere il pubblico. E'un uomo tosto, animato da profonde convinzioni come lo erano tanti in quel periodo storico e non le manda certo a dire agli avvocati dell'accusa. Permane quindi il sospetto che i fatti possano essersi svolti non proprio come vuol far credere lui .

Ma resta comunque indiscutibile che, in mancanza di prove indubitabili, la presunzione di innocenza debba valere sempre. Non c'è sorte peggiore per chiunque trovarsi in galera pur essendo innocenti. A volte può succedere anche in nazioni cosiddette civili e qui in Italia non dovremmo dimenticare illustri casi giudiziari tipo Valpreda e Tortora.

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