Ho controllato più volte, “At Budokan” non si trova (trovava) ancora immortalato in questo ben fornito sito.
Eppure è un’opera eccellente, ben famosa in ambito rock, ben venduta a suo tempo. E suona ancora meravigliosamente nello stereo, a conferma che quella sala da concerti di Tokio ha proprio una virtù particolare nel fornire un ricco ambiente a riuscitissimi impasti sonori e gagliarde performance, sostenute dal tipico entusiasmo nipponico per il rock dell’Occidente.
E così dopo gli apripista Deep Purple con un buona fetta del loro mitico “Made in Japan” e subito dopo Bob Dylan seguito da Clapton (“Just One Night”), eccoti gli ancor poco conosciuti Cheap Trick che sbancano e divengono attrazione internazionale grazie a queste dieci perle provenienti da quel medesimo palazzetto multiuso giapponese, a suo tempo edificato per ospitare le gare olimpiche di judo, nel 1964.
I Cheap Trick avevano già pubblicato tre dischi in studio, uno più bello dell’altro ma in Italia ad esempio ancora nessuno conosceva la loro esistenza. Attraverso questi quaranta minuti dal vivo si concretizza il successo dello strano hard pop di questa banda, sintetizzabile grossolanamente come Beatles coi chitarroni.
Il cantante urla, ma lo fa bene. Ad onta del suo aspetto smilzo e sin troppo biondo possiede un vocione devastante, potentissimo, ancor oggi rimasto intatto. Il moro bassista invece, altra cosa curiosa, non ce la fa a suonare solo quattro corde, neppure cinque come fanno molti snob: ne suona otto, oppure dodici. Così dalle sue manacce viene fuori un suono pantagruelico, capace di dare anche una mano all’unico chitarrista nel riempir bene le frequenze medie.
Il quale chitarrista ha deciso da subito di contrastare la timidezza vestendosi costantemente da pirla, un po’ come Jovanotti, pure saltabeccando costantemente per il palco mentre suona in maniera simile a Lorenzo nostro. Però suona sul serio, non fa finta come il finto musicista roman/cortonese, non perde una nota e conosce la chitarra rock’n’roll a livello delle belle arti. Sciorina perciò con destrezza tutti i licks di Berry, Page, Richards eccetera con energia, gusto e grandi suoni, cambiando chitarra ad ogni pezzo (ne possiede un mezzo migliaio). Un vero nerd del rock, un perfezionista.
In breve attraverso questo album i Cheap Trick (Scherzo Da Prete, diremmo noi) vanno a incastonarsi in un sottogenere rock tutto loro, a meno che non li si consideri grossolanamente gente da arena rock.
Il suono è profondo e potente, allo stesso tempo melodicissimo e accessibile, l’abbandono dei quattro musicisti ed il tiro della loro amalgama sonora altrettanto. A ciò provvede cospicuamente il curioso (aridaje) batterista, cicciottello quattrocchi e semipelato, preciso identico al pizzicagnolo che vi affetta il prosciutto e vi incarta il formaggio. Con quel look lì sta invece a pestare piatti e tamburi, tostissimo e con un suo ben riconoscibile stile fatto di tanto, tanto rullante e zero swing: bello peso insomma.
Velocemente i pezzi migliori: adoro sopra ogni cosa “Need Your Love” vera maratona hard rock di quasi nove minuti, cattiva come l’aceto nel trasmettere la vera urgenza sessuale del rock, con la chitarra che si scatena in un “assolo ritmico” farcito di sublimi riffoni a cascata. Irresistibili sono poi “I Want You to Want Me” e “Surrender”, due episodi nei quali la voce di Robin Zander non potrebbe essere più diversa, da una parte lancinante e dall’altra latrato possente. Poderosa anche la cover di “Ain’t That A Shame“ di Fats Domino, una botta heavy condita di spettacolari stop&go e il solito monumentale mix di chitarra e basso fragorosi e strapieni di armonici.
Dischi così il rock non ne fa più… Sta morendo del resto, di una morte lenta e incurabile. Questo è uno dei dieci migliori del settore, per me. Insieme a quelli dei Purple in Japan, degli Who a Leeds, della James Gang al Filmore, degli Atlanta Rhythm Section, dei Foghat, di Rory Gallagher, dei Grand Funk, dei giovani Led Zeppelin, degli Outlaws. Augh.