A cavallo fra gli anni sessanta e settanta vi fu l'esplosione della musica rock con la sua frammentazione in tantissimi stili diversi. In quel magico periodo i gruppi migliori, perfettamente distinguibili l'uno dall'altro al primo ascolto, praticamente diedero inizio ognuno ad un nuovo genere destinato a minore o maggiore fortuna a venire, a fare infiniti proseliti o a restare legato a se stessi e pochi altri epigoni.
I Chicago, insieme ai Blood Sweat & Tears, definirono nel 1969 le coordinate del jazz rock, caratterizzato dalla presenza nelle loro formazioni di una corposa ed invasiva sezione fiati. I BS&T si dispersero quasi subito i Chicago invece si sono evoluti (meglio involuti) progressivamente e inesorabilmente verso una forma di easy listening assai edulcorata che ha fatto loro vendere montagne di dischi e storcere il naso a molti fans della prima ora. La maggior parte della gente li conosce e li apprezza, oppure li rigetta, solo sotto quest'ultimo aspetto ruffiano ma con classe ma i loro primi album suonano in modo ben diverso e devono essere considerati una forma di progressive nel quale i fiati hanno la stessa rilevanza delle tradizionali tastiere e chitarre.
L'inizio di carriera ebbe una particolare tendenza al gigantismo i primi tre album furono tutti doppi LP ed il quarto, registrato dal vivo, addirittura quadruplo! D'altronde nel gruppo erano quasi tutti compositori (il più prolifico il tastierista Robert Lamm) non c'erano certo problemi di inventiva in un'epoca in cui era inoltre consentita ogni possibile dilatazione di un brano fosse anche un assolo di batteria in studio.
Detto della peculiare e sonorissima sezione fiati (un trombonista, un trombettista ed un sassofonista/flautista, gli stessi tre musicisti dagli esordi al giorno d'oggi!) altra mirabile qualità del gruppo sono le voci: al canto solista si alternavano il timbro caldo e controllato del già nominato Lamm, la magnifica estensione tenorile del bassista Peter Cetera ed infine la potente raucedine soul del chitarrista il povero Terry Kath (suicidatosi a fine anni settanta giocando alla roulette russa, pensa te!). Nei ritornelli grande profusione di cori, arrangiati alla maniera dei fiati cioè con molte finezze armoniche e ritmiche.
"CHICAGO III" uscì nel 1971 e per qualche ragione è il mio preferito, forse per la perfetta alternanza fra brani più semplici ed immediati ("Free", "Lowdown", "Mother") e suites sperimentali, con duetti piano/flauto, variazioni di tempo, dissonanze, stacchi di batteria… cose da non credersi per chi associa a questo gruppo la solita "If You Leave Me Now" e poco altro. Il capolavoro è comunque a firma di Terry Kath e ha per titolo "An Hour In The Shower", una cosa piuttosto psichedelica che inizia con la chitarra acustica e la magnifica voce negroide di questo grande e pazzo chitarrista che tesse una melodia tesa ed indimenticabile, facendola poi evolvere in una parte centrale prima ritmata e poi corale, per poi concluderla così come era cominciata, dopo ben tredici minuti e cinque "movimenti" da suite. Grande. Grandi Chicago.