Un bel disco di Colin, perfettamente minimalista: lui e basta, solamente la voce (bellissima) e la chitarra acustica (sicura, efficace, microfonata da dio). L’unica eccezione è l’affiancamento di una sua collega cantantautrice australiana, peraltro in un solo episodio.
I quarantotto minuti del disco reggono benissimo l’ascolto e creano un’atmosfera che non si vorrebbe finisse. Colin mantiene uno stile sobrio sulla chitarra, più che altro strummandola, raramente pizzicandola in arpeggio. Le varianti sono l’uso, sporadico, di una dodici corde nonché di un paio di accordature aperte: queste ultime usate in preminenza, a ben sentire, atte a rendere il suo chitarrismo più profondo e intenso. Niente altro, neppure le percussioni, le sovraincisioni, i cori, i “tappetini” digitali, i rumori e gli effetti speciali.
Grande cantante e compositore pop, questo scozzese emigrato Australia avrebbe meritato una carriera più conosciuta, e riconosciuta. Il suo stile unico nel melodizzare ed i suoi peculiari giri di accordi, dopo un poco che lo si frequenta risultano familiari, e preziosi. Il timbro baritonale, evolutosi leggermente verso il rauco cogli anni (qui siamo ancora nel 1992, terzo album solo), è un misto di malinconia, ironia, ricovero, struggimento, forza. A me affascina molto.
E’ un’opera costruita quasi in solitaria col semplice, fondamentale aiuto di un ingegnere del suono altamente professionale, in uno studio di Melbourne di proprietà del suo ex compagno sassofonista nei Men At Work, Warren Ham.
Tredici pezzi, nessuno da segnalare con forza, nessunissimo di riempitivo. Proprio un immersione in un piccolo mondo gustoso, scevro di orpelli e pompa. Ci si purifica, si evade in un piccolo mondo artigiano di molto talento, e si passano tre quarti d’ora piacevolissimi e istruttivi.
Elenco e tracce
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