Damien Chazelle
Babylon

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Voto:

Una cosa mi sento di garantirla e, cazzo, io ve la metto pure per iscritto.

Babylon non ve lo scorderete di sicuro e nonostante il minutaggio importante, superiore alle tre ore, non vi farà addormentare durante la visione al cinema.

Firmato ‘gnurant

Io non la sottovaluterei mica questa affermazione. Nell’era dello streaming selvaggio e delle uscite a rubinetto aperto le cosiddette “opere”, che siano letterarie/cinemafografiche/discografiche ben poco cambia, paiono sempre più fatte con lo stampino, (o con l’algoritmo), e hanno la caratteristica comune di essere fottutamente fredde, uguali, impersonali ed anonime. Le leggi/le guardi/le ascolti e già sono finite nel dimenticatoio, incastrate tra le pieghe grigiastre del vostro cervello, assieme alla lista della spesa del sabato mattina.

I 190 minuti di Babylon invece filano via come un treno in corsa e scavano solchi profondi nella memoria dello spettatore e alla fine io vi dico che sì, ne avrei voluto ancora! Sia ben chiaro diverse persone, sicuramente più educate, competenti e ammmmodo del sottoscritto, non l’hanno pensata come me ed infatti, mezze disgustate, hanno lasciato la sala nel bel mezzo della proiezione.

Tecnicamente il film ha un montaggio che è mostruoso: piani sequenza da goduria per gli occhi, carrellate, zoom e panoramiche a ritmo di una colonna sonora che quasi ti fa venire voglia di ballare ed entrare nello schermo con i primi 30 minuti che sono di una qualità vertiginosa. Margot Robbie, che avevo apprezzato molto in “Tonya” in questo film è memorabile per espressività e capacità di entrare in un personaggio complesso e eclettico dotato di almeno tre/quattro personalità.

Per farci vivere l’atmosfera surreale della Los Angeles degli anni ‘20 Chazelle ha voluto regalarci esagerazione completa con un inebriante profumo di piscio, merda di elefante, sudore e vomito. Quella città nel deserto che fino a pochi anni prima era periferia, con il petrolio prima e l’esplosione del film muto poi, si tramutò d'incanto nel posto più ambito del mondo. Possiamo anche capirlo che qualcuno abbia perso un pochino la testa. Sì nel film c’è anche la droga, a montagne tanto per essere originali. E sì l’alcool scorre a fiumi ovviamente, per non dire del sesso selvaggio ma questi sono gli elementi che sinceramente davo per scontato: una bella lotta con un serpente a sonagli in piena notte e lo spettacolo davvero ripugnante di un mangiatore di topi...quelli oggettivamente no, non li avevo messi in conto!

E’ un film che si snoda su due binari. Alcuni spettatori potranno adorare o odiare il lato estetico e iperbolico dell’opera che sbalordisce fin da subito con gli eccessi ed un ritmo forsennato fatto di accelerazioni furiose e trovate estreme con personaggi a dir poco eccentrici perfettamente resi da un casting molto ben costruito. Tobey Maguire, per dire, con un trucco da Oscar in 10 minuti scarsi riesce ad impersonare un gangstar psicopatico in modo impeccabile. Ma in generale tutto il cast, anche nelle figure secondarie, è centratissimo e il risultato è una godibilità dell’opera nella sua interezza.

Ma il lato che mi fa apprezzare oltremodo Babylon è che in tutto questo gran casino è sempre presente una vena filosofica dalle tinte malinconiche. Non è un messaggio particolarmente brillante, sia ben chiaro, ma è semplicemente vero. La rivoluzione tecnica distrugge le carriere dei tre personaggi principali che non riescono a stare al passo con i tempi. Da star del film muto, Brad Pitt e Margot Robbie, diventano imbarazzanti e ridicoli nel non sapere affrontare i tecnicismi maggiori che richiede la recitazione del cinema con il sonoro: con la fama in rapido declino perderanno totalmente il controllo delle loro già pericolanti esistenze. Di colpo l’America dopo gli eccessi degli anni ’20 si scoprirà pudica e puritana e così di colpo il personaggio di Brad Pitt diventa concime per i vermi anche se il cinema lo renderà per sempre immortale.

Qui si potrebbero fare dei discorsi molto più ampi sulla capacità di accettazione del tempo che passa, il declino di popolarità e questo vale ovviamente non solo per il mondo descritto in Babylon ma per la nostra normale esistenza. Tutti quei momenti di rottura dovuti ad una rivoluzione tecnologica che dall’oggi al domani ci rende obsoleti, passati di moda, non più adeguati. E a ben pensarci nella società attuale questi “break” sono sempre più dirompenti e frequenti rispetto al passato e la cosa, secondo me, dovrebbe farci riflettere almeno un pochino.

Il film infine è anche una dichiarazione d’amore nei confronti del cinema stesso e della sua bellezza dirompente come testimoniato dalla scena finale magistralmente interpretata dal terzo protagonista. E qui devo spendere due parole per l’ottimo Diego Calva che interpreta Manny che riesce ad esprimere tutta gioia di un outsider che vuole a tutti i costi vivere l’esplosione di Hollywood. E’ un sognatore innamorato di tutto quello che è collegato alla macchina di produzione del cinema e sfrutta la fortuna di essere al posto al momento giusto, esattamente come la protagonista della quale si invaghisce, e da tuttofare diventa produttore esecutivo.

Per me è grande Cinema e non escludo che lo andrò a rivedere, magari in lingua originale, per godere ancora una volta sul grande schermo di tutto questo. Colonna sonora compresa.

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