Secondo tassello della "trilogia infame" degli anni '80, questo disco dalla lussureggiante copertina si caratterizza per la scarsità: durata scarsa, circa mezz'ora; scarsità di canzoni nuove, abbondano le cover e gli autorifacimenti, sintomo della stasi creativa; scarsità (o meglio, assenza) del Bowie musicista, che delega, ancor più che in "Let's dance", le scelte di arrangiamento e suono a fonici e produttori.

E' palese la voglia di battere il ferro finchè è caldo, di sfruttare l'onda lunga del successo planetario di "Let's dance", del successivo tour mondiale, e della onnipresenza meditica dell'ex duca bianco (su schermi cinematografici, sui video pre MTV, e nei poster appesi nelle camerette dei cuginetti di quegli adolescenti dei primi ‘70 che si godettero l'epopea di Ziggy).

L'obbligo contrattuale verso la major EMI genera nel 1984 un mezzo fiasco: nelle interviste dell'epoca Bowie sosteneva di aver cercato e ottenuto un suono fresco, in cui i fiati si fondessero armonicamente ai sintetizzatori e agli strumenti acustici, ma a distanza di un quarto di secolo il disco appare fuori fuoco, i brani sono dimenticabili e il suono è gonfio, pomposo e artificiale.

Passa inosservata la partecipazione di Tina Turner, all'epoca appena tornata in grande spolvero, nella poco credibile rilettura reggae di "Tonight", già comparsa su "Lust for Life" di Iggy Pop; ma la menzione di disonore spetta a "God Only Knows", cover dei Beach Boys snaturata da un approccio enfatico e drammatico, con un suono zuccheroso e irritante.

Di questa confusione si accorse anche il pubblico dell'epoca, che dopo aver spinto con entusiasmo (alimentato anche da un lungo video diretto da Julian Temple per Blue Jean, primo singolo) il disco nella top ten mondiale, se ne disaffezionò ben presto, per nulla esaltandosi all'uscita degli estratti successivi.

Tre i brani da salvare, a voler essere di manica larga: "Loving the alien", invettiva anticlericale su tappeto sonoro soffuso e parzialmente rovinato dalla batteria fracassona allora in auge, con un sognante sospiro campionato messo in loop per tutta la lunga canzone (opportunamente tagliata nella versione uscita su 45 giri); "Blue Jean", aggressiva e concisa canzone romantica, prototipo di come l'album sarebbe potuto essere con una produzione più essenziale; "Dancing with the Bog Boys", in cui si riconosce il canto baritonale di Iggy ai cori (i maligni sostengono ancora che la scelta dei brani fu suggerita, più che da necessità creative, dal tentativo di continuare ad aiutare l'amico coi proventi dei diritti d'autore, tentando di bissare i fasti di China Girl).

Al disco non seguì un tour, ma una pletora di apparizioni promozionali, interventi live anche esaltanti (un concerto di Tina Turner e soprattutto il Live Aid), e ancora video, film, altre colonne sonore, calendari, serate mondane, gossip...; a conferma che il Bowie degli anni '80 è molto artista pop e poco musicista.

Carico i commenti... con calma