Sicuramente i Death Cab for Cutie avevano qualcosa da dimostrare; dovevano dimostrare di non essere solamente gli idoli dei/delle sedicenni californiani/e, di non essere la band indie che ha firmato con le major e la band indie dei telefilm. Molti quindi, tra cui io, li aspettavano al varco e non sono rimasti delusi: "Narrow Stairs" è una delle uscite discografiche del 2008 più piacevoli e, esclusivamente per la cronaca, ha conquistato maggior parte della critica.
L'indie spensierato dei DCFC ha lasciato posto a una musica più particolareggiata, contaminata lievemente dal post-rock. Le canzoni di questo ultimo album dei quattro californiani sono per la maggior parte de-strutturate ed atmosferiche ma allo stesso tempo melodiche ed orecchiabili. La loro svolta artistica è testimoniata in maniera lampante dalla scelta del singolo di lancio, " Will Possess Your Heart" canzone di otto minuti di cui almeno quattro occupati da un ipnotico giro di basso che sarà la base su cui poggerà un incedere di chitarre e tastiere fortemente distorte. Come già detto prima, le canzoni sono sofisticate ed adatte ad un ascolto più attento rispetto agli altri lavori dei DCFC ma tuttavia non mancano gli episodi più catchy che rimandano all'immediato passato della band in questione come "No Sunlight", piacevolissimo alt-pop con un delizioso ritornello e delle rasserenanti linee di chitarre.
La canzone che ha colpito di più il sottoscritto e che si candida prepotentemente ad essere la più bella di questo "Narrow Stairs" è l'opener, "Bixby Canyon Bridge" (che potete guardare al link al lato), omaggio funebre del frontman Gebbard nei confronti del sogno di James Kerouac, profeta della beat generation che tutti voi conoscete meglio di me. La traccia si apre con un'evocativa intro della quale solamente la delicata voce di Gebbard (che canta "I descended a dusty gravel ridge, beneath the Bixby Canyon Bridge. And soon I eventually arrived at the place where your soul had died?") e gli altrettanto delicati arpeggi di Chris Walla ne fanno da padrone per poi sfociare, dopo l'accellerazione improvvisa della batteria di McGerr, in una rumorosa e muscolare sezione caratterizzata dal paranoico e ripetitivo cantato ("Dream Dream Dream Dream?") di Gebbard e dominata dal suono sordo del basso di Harmer e dagli accordi letteralmente slabbrati dalla distorsione del duo Gebbard-Walla, vero leader compositivo del combo californiano; il ritorno a quel malinconico motivetto che faceva da introduzione chiude la canzone-gioiellino di questo disco, che comunque non manca di episodi più deboli, primo tra i quali "Pity and Fear", pezzo dotato sul finale di un altro ottimo segmento di chitarre distorte sul quale si poggia un tappeto di synth che però, sul più bello, si chiude bruscamente. Un altro delle rare canzoni a sfavore del lavoro qui recensito è "You Can Do Better Than Me", la quale presenta un sottofondo orchestrale che cita, mediocremente, i Beatles di "Peppersiana" memoria e, forse, spezza la magica atmosfera che avevano creato i primi cinque brani. Per il resto la qualità delle canzoni si mantiene sempre decisamente alta e meritevole del mio alto voto. "Long Vision" per via del suo memorabile ritornello, "Your New Two Sized Bed" per via dei suoi ancora una volta azzeccatissimi arpeggi di chitarra, "Grapevine Fires" per via dei suoi cori squisitamente ornati di un pizzico di soul e "Talking Bird" per via della sua pacata atmosfera di riflessione, in particolare meriterebbero qualche parola in più di lode cosa che lo spazio non concede.
Un ultimo appunto da fare è sullo spessore contenustico dei testi di questo sorprendente "Narrow Stairs", scritti magistralmente da Gebbard il quale, preferendo una serie di undici miniracconti ("Narrow Stairs"="Piccole scale") ad un concept o ad un unicum argomentativo, spazia da argomenti di poetica e letteraria importanza (Kerouac ed i suoi pellegrinaggi, come già detto sopra) alla mancanza di tempo addirittura per amarsi tipica dell'odierna società in "I Will Possess Your Heart" ("You gotta spend some time love. You gotta spend some time with me. And I know that you'll find love. I will possess your heart?"), alla solitudine in "Your New Twin Sized Bed" ("You look so defeated lying there in your new twin size bed?"), alla sofferenza in "Grapevine Fires" ("Before we all burn?"), alla sensazione di inutilità in "Long Division" ("To be a remain, remain, remain remainder") ed alla metaforica riflessione sulla libertà in "Talking Bird", dove Gebbard si rivolge al suo uccello parlante così: "It's all here for you as long as you choose to stay... It's all here for you as long as you don't fly away...".
Concludendo, davvero ottima prova dei Death Cab For Cutie, forse la migliore della loro discografia, che anima almeno un po' il panorama musicale fin qui un po' scarno di quest'annata. Consigliato a tutti per la sua accessibilità: sia a chi mastica l'indie sia a coloro che non lo masticano.
Voto in decimi: 8,5/10