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Death in June
Take Care and Control

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Voto:

Nel 1998 i Death In June sono all’apice della carriera. Lo stupendo Rose Clouds Of Holocaust era uscito 3 anni prima confermando sempre più la vena intimista di Douglas P. che, col tempo, si era ritagliato il ruolo a lui congeniale di “chansonnier” in nero. La musica era un folk apocalittico di una purezza cristallina che, in quel momento, aveva raggiunto la sua perfezione formale. Nel 1996 era invece stato pubblicato l’ottimo Kapo! in collaborazione con Richard Leviathan degli Ostara e degli Strength Through Joy. Era molta l’attesa quindi, da parte dei seguaci della Morte in Giugno, per l’uscita del nuovo disco. Ma, quando ascoltarono l, nel migliore dei casi rimasero spiazzati mentre nel peggiore furono delusi. Era successo che Douglas P., forse a corto di ispirazione, aveva deciso di chiedere l’aiuto di Albin Julius dei Der Blutharsch, all’epoca alfiere di un martial-industrial senza compromessi. L’iconografia dei Blutharsch era destrorsa con rimandi al fascismo e al nazismo, aspetti che crearono non poche polemiche a questo progetto. Musicalmente il risultato fa pendere la bilancia dalla parte dei Blutharsch tanto che, ancora oggi, ritengo che Take Care And Control sia il migliore disco mai pubblicato da Albin Julius. Troviamo quindi i campionamenti e le orchestrazioni che avevano contraddistinto il suo sound fino a quel momento. Tuttavia, a livello di simboli e di riferimenti esistenziali, si sente eccome la mano di Douglas P.. La prima parte dell’album è stupenda: “Smashed to Bits (in the Peace of the Night”) è epica, tragica ed esoterica con le sue orchestrazioni apocalittiche mentre “Little Blue Butterfly” è più pacata con la presenza di elementi etnici. Troviamo anche una citazione dal film di Fassbinder Querelle di Brest tratto dal libro di Jean Genet, autore feticcio di Douglas P. e della cultura gay. “The Bunker” è una traccia di una tristezza infinita con le sue atmosfere desolate che, pur parlando di guerra, sfocia quasi in un elogio della misantropia. Con “Kameradschaft” finalmente ritroviamo la classica ballata alla Death In June e, non a caso, il brano sarà riproposto più volte dal vivo. La seconda parte è leggermente inferiore e suona più stanca anche se ci sono perle come la lunga “The November Men”, molto d’atmosfera, e “The Odin Hour”. La chiusura (molto in stile Blutharsch) è affidata alla marcetta fascista di “Circo Massimo”. La collaborazione fra i 2 continuerà anche nel seguente (e sempre buono) Operation Hummingbird poi le loro strade si divideranno. Attualmente sembra addirittura che il leader dei Death In June abbia disconosciuto questi lavori. Peccato perché personalmente questo disco mi piacque subito: rimasi affascinato dalla sua atmosfera esoterica e decadente in cui lo spirito dei Death In June aleggiava fortemente.

Commenti (Tre)

ZiOn
ZiOn
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Interessante. Dopo il disco dei Coil mi fido dei tuoi consigli musicali.


JpLoyRow: Sorprendente Zion, non fidarti dei consigli di estranei così melliflui.
ZiOn: @[JpLoyRow]: che eloquio forbito. Ha preso lezioni da Max Pezzali?
JpLoyRow: Ruspante Zion, m'imparò tutto Madama Malgioglio.
Nico63
Nico63
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Album bello quanto, ahimè, introvabile.


Cervovolante: @[Nico63] si trova su ebay o discogs.
Nico63: Grazie per il suggerimento, ordinato.
vibration
vibration
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nascosto nelle pieghe della discografia del gruppo. Se non ricordo male mi piaceva perchè ancora non si era perso nelle fosche foreste a tratti noiose foreste neo folk. Da cercare


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