Il suono ancestrale del didjeridoo fa da sottofondo alla visione del mistico Uluru (o Ayers Rock). Questa, ed altro ancora, è l'Australia. La terra dove sogno e realtà si fondono in un unico, millenario, elemento. Inconoscibile all'uomo.
Chissà se i Deep Purple si saranno posti alcune domande, o se abbiano visitato l'Australia misteriosa, quando sono approdato nel 1999. Ancora in viaggio, per continuare a suonare.
Ad esibirsi è la Mk VI, con Steve Morse, talento americano delle 6 corde, prende l'eredità di Ritchie Blackmore, che con i Deep Purple non vuole avere più nulla in comune.
Se, per molti, la dipartita di del "Man In Black" ha rappresentato la fine dei Deep Purple, sicuramente Steve Morse è riuscito a riportare quella serenità e voglia di suonare per puro divertimento ai 4 attempati colleghi. E' d'uopo affermare che il chitarrista statunitense abbia rappresentato una chiave di volta per il modo di vivere dei Deep Purple: rilasciano buoni album (nulla di eccezionale, ma ottimi lavori tecnici) e intraprendono tuor su tour.
Con Morse i Purple rilasciano i due album in studio, "Perpendicular" (1996) e il contestato "ABandOn" (1998), e un live ufficiale, "Live At Olympia" (1996).
Sul finire di millennio rilasciano "Total Abandon - Live in Australia '99", testimonianza del tour di "ABandOn". Il concerto si presenta subito come il miglior live dei Deep Purple degli anni '90 (probabilmente al pari con "Come Hell Or High Water" ai tempi di Blackmore).
La scaletta contiene solo 4 pezzi della Mk VI, segno evidente che i DP sono entrati nella fase "Hall of Famers", ampio spazio dedicato ai grandi successi della Mk II. I quattro brani dell'era Morse sono la funkeggiante e scatenante "Ted The Mechanic", il solido hard rock di "Almost Human" (riabilitata grazie a questa prestazione live), nella quale Morse ci regala una performance degna del suo talento; altro brano di successo è la dolce "Sometimes I Feel Like Screaming", uno dei migliori brani degli anni nineties; spazio anche per "Watching The Sky", canzone in crescendo basata sul solido riff d'apertura.
Finite queste canzoni i Deep Purple ripropongono i masterpieces degli anni '70, ottimamente eseguiti da Steve Morse, il quale si trova a proprio agio nelle improvvisazioni con Jon Lord (del resto Satriani l'aveva suggerito ai DP proprio per questo motivo). Ecco, quindi, che in questo concerto vengono esaltate canzoni come "Strange Kind Of Woman", "Woman From Tokyo". Viene finalmente riesumata l'epica "Pictures Of Home", trascinata dai due giocolieri Lord e Morse e ben sostenuti da Roger Glover in fase ritmica (of course). In "Fireball" Ian Paice fa con un pedale e una cassa ciò che molti batteristi non riescono a fare con due mentre Glover e Lord eseguono dei solos fenomenali.
L'ampio uso del wah-ah dell'Ibanez di Steve rende "Perfect Strangers" ancor più pachidermica, un cingolato di suoni nell'aria. Lo stesso chitarrista prende spunto dai migliori riff della storia del rock per introdurre quello più famoso, i tre accordi di "Smoke On The Water", sempre potente ed esaltante, con il pubblico che canta entusiasta il ritornello.
Jon Lord apre il secondo disco (ben 16 canzoni in totale) dell'album, disegna dolci note con il piano, per poi passare senza che ci si renda conto al cadenzato blues di "Lazy". A chiudere questo magnifico concerto è quello che molti ritengono il miglior brano dei Deep Purple: "Highway Star". La giusta cavalcata verso il tripudio. Morse non fa rimpiangere nemmeno per un secondo Blackmore. Unisce in una miscela esplosiva ritmi southern, bluesy e classicismi d’alta classe.
Nonostante l'età, nonostante l’acciaccata voce di Gillan, nonostante gli album in studio poco rilevanti, i DP sono sempre i DP, signori dell'Hard Rock, maestri della tecnica e grandi intrattenitori. L'avvento di Morse è una ventata di freschezza e voglia di divertirsi (e stupire), tanto da catalizzare tra i fan tantissimi giovani. Un 4,5 abbondante.