Terzo disco solista, è ovviamente uno dei suoi lavori migliori, il più riuscito dopo l'esordio tra i dischi elettrici. Non è più il laboratorio di stili, generi, cantanti e background musicali diversissimi valido ma un po' confusionario di "Please don't Touch", qui Hackett mette in piedi una band ben definita, con UN cantante, decente e poco usato, ma mantiene comunque l'ecletticità della sua proposta musicale e la voglia di provare sempre cose diverse, dal viaggio in Giappone di "Red Flowers..." alla cupa e più dura "Clocks", passando per momenti ironici come "Ballad of Decomposing Man" (che si canta da solo) o alla spiazzante "Tigermoth" che cambia volto di continuo. Quando poi si butta sulla chitarra classica o sulla sua parte più melodica (deliziosa "The Virgin and the Gypsy" con il meraviglioso flauto di fratuzzo John e la melodia del ritornello, che adoro) allora colpisce, per me, in pieno. Poi vabbè, in apertura e in chiusura di album, i due capolavori che elevano questo disco ad opera di prima qualità, due dei suoi pezzi migliori in assoluto: "Every Day" e la stessa, bellissima, "Spectral Mornings" perché in fondo Hackett quando fa "l'Hackett" con la chitarra elettrica commuove sempre ed è bene ricordare come il cantante migliore nei suoi dischi sia sempre quello con sei corde.
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