Secondo voi il jazz è veramente morto?
“Brahja” è il primo album del polistrumentista e compositore Devin Brahja Waldman, pubblicato nel 2019 dalla RR Gems Records.
Si tratta di un disco intriso di un’atmosfera oscura, mistica e rituale, quasi come se durante il suo ascolto si assistesse a una vera e propria cerimonia sonora più che a una tipica sequenza di brani jazz. Le composizioni partono da pattern ritmici e/o melodie ripetitive, che diventano immediatamente il centro stabile attorno al quale ruota un scenario sonoro complesso fatto di synth, voci, chitarre processate e percussioni.
Il risultato è un groove che a tratti può ricordare alcuni capolavori del jazz sperimentale come quelli di Charles Mingus o di Ornette Coleman, pur mantenendo un’identità assolutamente individuale.
I musicisti diventano un “organismo collettivo”. Il suono dei loro strumenti si fonde e crea un “tessuto sonoro” stratificato e continuo che finisce per diventare un´esperienza immersiva. L´ensemble comprende musicisti provenienti dalle scene jazz di New York, Montreal e Chicago. Oltre a Devin Brahja Waldman - sassofono, pianoforte, sintetizzatore, batteria, troviamo: Isis Giraldo - pianoforte, sintetizzatore, voce; Damon Shadrach Hankoff - organo, pianoforte, sintetizzatore; Martin Heslop - basso acustico; Daniel Gélinas - batteria, sintetizzatore; Margaret Morris - voce (brani 1 e 2); Sam Shalabi - chitarra (brani 3, 6, 8); Luke Stewart - basso elettrico/pedali (brani 2, 4, 5, 6, 9); Daniel Carter - sassofono soprano (brani 5 e 10); Anais Maviel - surdo e voce (brano 10).
L´album sfoggia subito le sue credenziali in modo potente e incisivo partendo dalla stupenda copertina gatefold caratterizzata dall´artwork di Ryock e la “xilografia” basata sulle fotografie di Isaac Rosenthal, sulle copertine di Jason MClean e Hanz Mambo, oltre che sulle fotografie di No Land, TSE, Mazen Kerbaj, Simon DesRochers. Il lettering e il design del testo invece sono di Corey J. of The Veazies, mentre il layout è di Ilja Tulit
Waldman stesso ha descritto il suo lavoro come una metafora di “purificazione spirituale”. Un percorso musicale per “eliminare l’oscurità indesiderata” e trasformarla in “rinnovamento”, passando attraverso momenti di inquietudine, fino a raggiungere momenti meditativi e catartici, con un atmosfera intensa e cinematografica grazie alla fusione tra free jazz ed ambient.
A questo punto nasce la tentazione di confrontare la musica scritta da Devin Brahja con quella di musicisti del calibro di Sun Ra, John Coltrane e Pharoah Sanders: i tre pilastri dello spiritual jazz e dell’avanguardia jazzistica, anche se con estetiche molto diverse tra loro.
Il primo riferimento esplicito che mi sovviene è all’estetica cosmica di Sun Ra, il quale concepiva la musica come viaggio cosmico. Waldman, in effetti, usa titoli e atmosfere simili con un significato di dimensione rituale, spirituale e quasi sciamanica grazie all´uso di sintetizzatori e tastiere elettriche e all´improvvisazione collettiva, ma mentre Sun Ra componeva arrangiamenti orchestrali molto complessi, Waldman preferisce mantenere una scrittura più spontanea, quasi rock.
Il secondo riferimento è al Coltrane della fase spirituale, come quella dell´album “A Love Supreme” con il quale Trane trasformò il “vecchio jazz” in un nuovo mezzo di espressione filosofica e religiosa.
In “Brahja” l’approccio rituale delle voci, dei mantra e delle improvvisazioni lunghe riflette questo concept. Mentre Coltrane sviluppò lunghe improvvisazioni modali, molti brani di Waldman si basano su vamp modali che privilegiano la frammentazione e l´improvvisazione più anarchica.
Tuttavia, il confronto più diretto è quello che nasce con l´album “Karma” di Pharoah Sanders, che ha chant vocali, atmosfere mistiche e improvvisazioni lunghe tendenti a una dimensione più meditativa e tonale, mentre Waldman inserisce influenze rock, noise, di indie sperimentale e musica ambient, grazie a un suono meno orchestrale, più vicino alla scena avant-jazz newyorkese del primo decennio del nuovo millennio.
Il brano di apertura “In the Mess”, introduce il mondo sonoro dell’album partendo con piatti, droni (cluster sonoro costante) e sax che in un lento crescendo sono accompagnati dalle voci “spettrali” del coro per rappresentare il caos iniziale, la “confusione” della realtà contemporanea, mentre l’improvvisazione collettiva simboleggia il vano tentativo di trovare un ordine dentro il disordine.
“Keepers” è un brano più strutturato, con un groove più splendente. I keepers sono i custodi della conoscenza, della memoria e della tradizione. L´interplay tra sax e tastiere struttura un ritmo più definito, con una sensazione quasi cerimoniale.
“Qwikness”, titolo volutamente distorto, è un pezzo più breve e nervoso, con improvvisazioni rapide di energia quasi funk-jazz. Rappresenta la velocità frenetica della vita contemporanea, un momento di energia esplosiva prima delle sezioni più spirituali.
“Medicine Woman” è il brano più lungo (circa 12 minuti) e centrale dell’album. Celebra la figura sciamanica della donna medicina, presente in molte culture indigene. Ha un andamento ipnotico, sostenuto da un sax molto espressivo, con voce e strumenti che costruiscono una trance. Rappresenta il momento di guarigione spirituale.
“Ineffable Intro” è il breve ma intenso pezzo di transizione, una pausa contemplativa, la preparazione a una nuova fase del viaggio.
“Just Passing Thru” è il brano più meditativo dell´opera. Rappresenta la transitorietà dell’esistenza (“Pulvis et umbra sumus”: Orazio, Odi, IV, 7). L´atmosfera è sospesa. L´improvvisazione diventa più lirica.
“Return of the Good Enemy” mi è parso un pezzo filosoficamente molto interessante. Un groove introspettivo ci dice che proprio il “buon nemico” è la sfida interiore che ci fa crescere attraverso il conflitto con noi stessi.
“Money / People / Time” è, probabilmente, uno dei brani più concettuali del disco. Il pezzo mette insieme le tre forze che, più di sempre, dominano la società moderna: il denaro, le relazioni umane e il tempo. In altri termini, ci invita a una riflessione sulle schiaccianti dinamiche che sono il metronomo della vita moderna.
“Can't Stand It” è un brano breve ma con un energia compressa, espressa da un groove molto nervoso, che racconta frustrazione e protesta.
“Welcom to Wohlom”, il simbolico brano finale, è un termine inventato da Waldman che appare anche in altri suoi lavori. Sembra indicare il luogo spirituale o immaginario dove il linguaggio artistico di Devin Brahja appare pregno di simboli spirituali, archetipi e concetti quasi mistici.
Il contenuto artistico del disco non si limita alla musica, ma trascende nei titoli dei brani, nei nomi dei progetti (si veda il progetto KADEF) e nei testi di copertina usando un vero e proprio vocabolario simbolico personale. Questo vocabolario musicale è la risultante di spiritual jazz, culture indigene, filosofia esoterica e improvvisazione artistica.
“Brahja”, in altri termini, è un album spirituale e sperimentale molto immersivo, particolarmente consigliato a coloro che amano il lato più “cosmico” e avant-garde del jazz contemporaneo.
"I don't believe that jazz will ever really die" Chet Baker