Secondo voi, il DJ è un musicista? È da decenni che le persone si fanno questa domanda e le risposte, ovviamente, sono le più diverse: certo, sì, no, per carità, si limita a mettere un pezzo dopo l'altro in locali di dubbio gusto, suonare è un'altra cosa, etc...

Sinceramente non mi interessa prendere una posizione né aderire a una presunta fazione (e del resto, conoscendo i miei gusti, potrete immaginare come la penso), vorrei solo fare una piccola considerazione: essere un buon DJ significa in primo luogo possedere una sterminata cultura musicale, in secondo luogo essere in grado di estrapolare dalla propria collezione i brani adatti a realizzare una selezione coerente e infine mescolare il tutto in maniera coinvolgente, allo scopo di creare un ininterrotto ed emozionante flusso sonoro.

Se questo non bastasse, si può aggiungere che lo scarto per diventare un grande DJ consiste nel rendere liquido ciò che ha un'apparenza solida (il vinile, appunto), trasformando i solchi di un disco in uno strumento con il quale è possibile produrre suoni nuovi, che prima non c'erano, attraverso la manipolazione o sovrapposizione delle più disparate incisioni.

Ecco, un personaggio come DJ Krush appartiene senza dubbio a questa seconda categoria.

Originario di Tokyo (una città da sempre abituata a ricevere trend provenienti dall'estero e a rielaborarli in maniera originale), Hideaki Ishi si è impegnato fin dai primi anni Novanta a diffondere il suo mix di hip-hop, minimalismo e sonorità astratte, un connubio che ha raggiunto il suo vertice nel monumentale Kakusei, un'opera perfetta ed enigmatica che non smette di sorprendere a ogni nuovo ascolto.

Tuttavia, Krush non è solo un raffinato produttore, ma è anche un incredibile DJ, artefice di atmosfere suggestive dove il boom bap, il jazz di John Klemmer e la più attraente musica etnica sembrano convivere in un abbraccio seducente, che solo la magia di un alchimista del suono è in grado di assicurare.

Code4109 è forse l'esempio più evidente di questa sua abilità, una selezione di poco più di un'ora in cui Hideaki ci immerge fin da subito nel suo mondo fatato, straniante, e in effetti ascoltando la brevissima "Intro" da lui composta si diventa quasi vittime di un sortilegio, un incantesimo del quale solo l'impassibile stregone conosce il segreto.

Perché sì, i sessantotto minuti di Code4109 rifletteranno pure quell'hip-hop scarno e indipendente che si è soliti associare all'artista nipponico, però... c'è un però.

In primis, perché la scelta di tracce quasi esclusivamente strumentali, salvo poche eccezioni, permette all'ascoltatore di concentrarsi sulla musica e di abbandonarsi completamente, fino a raggiungere una sorta di trance ipnotica; e poi perché quello che scorre nelle nostre cuffie (o negli altoparlanti del nostro stereo) è hip-hop ma non solo, nel senso che nel set di Hideaki le basi secche e dirette dell'underground rap possono sovrapporsi a sassofoni languidi o al rumore di un placido ruscello orientale, in accostamenti a tratti prodigiosi (fantastico il mash-up realizzato unendo "Four Elements" di Nick Wiz, gli assoli di John Klemmer e la parte vocale di "Dub Be Good to Me" dei Beats International, così come l'utilizzo dei cori femminili tipici della tradizione bulgara, dotati di un fascino misterioso, ancestrale).

A mio avviso, è inutile aggiungere altre informazioni ed è persino superfluo ricordare che il sottoscritto preferisce leggermente la prima parte alla seconda, più movimentata e caratterizzata da mixaggi più veloci.

Questi appunti, infatti, sarebbero soltanto una sterile didascalia, una postilla evitabile quando si parla di album come Code4109, un'autentica esperienza emozionale che, ad oggi, rappresenta una delle prove più riuscite del silenzioso DJ proveniente dal Sol Levante.

Non lasciatevelo sfuggire.

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