Ok, come posso dirvi prima che voi iniziate a leggere la recensione che i Dream Theater (gli ultimi naturalmente, non quelli del pre-Metropolis Part II) non mi piacciono, senza scatenare le ire funeste dei tanti fan accaniti??? Mmmm…diciamo semplicemente che non mi piacciono e chi se ne importa dei fan, va…
Dunque, cominciamo in ordine affermando da subito che, tranquilli, non è una recensione né di “Images And Words” né di uno degli altri quattro cento milioni di album che in 20 anni e più ha tirato fuori la band americana, dal momento che ciò di cui andremo a parlare in questa sede altro non è che la registrazione di un live, più precisamente svoltosi all’ “Heineken Music Hall di Amsterdam il 2 Aprile 2002, in cui la band ripropone i suoi più grandi successi, ricoprendo un po’ tutta la discografia, da quel “When Dream And Day Unite” che li fece entrare nel mondo del mercato discografico d’ampia distribuzione, fino a un piccolo antipasto dell’allora nuovissimo (sarebbe uscito qualche settimana dopo) “6 Degrees Of Inner Turbolence”; ora quello che mi sono chiesto all’ascolto di questo doppio disco live (regalatomi di una persona speciale per me) è stato fondamentalmente questo “Perché dover ascoltare dei pezzi, molti dei quali belli, cantati così male e con una qualità di registrazione da far venire il volta stomaco??”, ce n’era bisogno di un altro live firmato Dream Theater? Qualcuno ne sentiva davvero il bisogno? Beh, io no perché se è vero che anche questa volta in sede live i newyorkesi hanno dimostrato di essere un band tecnicamente parlando estremamente solida, d’altra parte ci hanno offerto una prestazione vocale al decisamente altalenante, specialmente in pezzi quali “Pull Me Under” o “Take The Time”, ma soprattutto ci hanno donato al pubblico un prodotto che pecca in quanto a qualità di registrazione, particolarità che fa diventare l’ascolto cosa decisamente ardua.
Dall’inizio del concerto, aperto da “The Glass Prison” sino alla fine della prima parte in cui si passa da “6:00” a “Lie”, dovendo nominare per forza anche pezzi quali “Surrounded” o lo splendido strumentale “Another Hand”, i Dream Theater si dimostrano gruppo di grande esperienza sfoderando una prestazione generale di buona qualità, ma è da “Scarred” che apre il secondo disco, che le cose cominciano a peggiorare: LaBrie dimostra il fiato corto in più frangenti, in alcune parti sembra addirittura stonare, dimostrando per altro pecche rilevanti anche dal punto di vista emozionale, risultando freddo come pochi altri cantanti in circolazione; andando avanti poi le cose non migliorano e se si può considerare buona la prestazione in “Peruvian Skies”, si ricade nel caos in pezzi come la già citata “Pull Me Under”, davvero pessima, in cui il buon Kevin James si limita a strillare il ritornello come se fosse in preda ad una crisi, cosa che si ripete anche in “Home” e in “The Spirit Carries On” (riproposta dalla band, musicalmente parlando, in maniera egregia), sino alla conclusiva “Take The Time”, nella quale il cantante mi ha fatto rimpiangere (ora verrò lapidato :D) in alcuni frangenti Dominici.
In finale dare un voto del tutto insufficiente non sarebbe corretto, poiché come già detto, la prova della band risulta come al solito pulita e pressoché priva di sbavature, ma promuovere questo doppio disco con il massimo dei voti, o quasi, risulterebbe del tutto fuorviante sia per la pessima prestazione vocale, sia per la qualità di registrazione, che non rende giustizia al lavoro svolto dai quattro musicisti americani.
Aspettando di risentire qualche cosa di paragonabile al bellissimo “Live At The Marquee”, torno ad ascoltare i bei lavori dei tempi andati che, con molta malinconia da parte mia, sembrano non tornare.