Elton John
Elton John

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Non so e non mi interessa di sapere che cosa ha combinato ieri l'altro, giorno del suo sessantesimo compleanno. Per la festa dei cinquanta è stato immortalato in una sgargiante tenuta da Re Sole, con parruccone d'ordinanza, e visto che la sua insaziabile voglia di apparire tende ad aumentare con l'età, rimangono ben pochi personaggi più illustri a disposizione per i suoi travestimenti: mi vengono in mente soltanto, in ordine crescente di importanza, Napoleone, Giulio Cesare, Gesù Cristo e Silvio Berlusconi. Peccato che l'inventiva di Elton John abbia seguito una parabola diametralmente opposta a quella dell'esibizionismo, al punto che per trovare i suoi dischi più validi bisogna risalire ai primi anni '70, mentre in tempi più recenti al massimo si può rinvenire qua e là qualche singola bella canzone.

Quasi a voler dimostrare l'inversa proporzionalità tra luccichìo della confezione e qualità del contenuto, la copertina di "Elton John" (1970), uno dei migliori album prodotti dall'artista inglese, è incredibilmente sobria, anzi direi anonima e bruttina. L'allora giovane Elton appare su uno sfondo troppo nero con un'aria imbronciata da timido studentello e inforca un paio di occhiali comunissimi, proprio lui che di lì a qualche anno farà della sua sterminata collezione di occhiali dalle forme e dai colori più pacchiani uno dei suoi tanti vezzi da miliardario capriccioso. Proprio questi eccessi da divo viziato, insieme al presenzialismo sfacciato, ne fanno ai miei occhi un personaggio piuttosto spregevole, ma d'altra parte la storia della musica è piena di nomi, anche ben più illustri, non certo noti come campioni di umanità: l'esempio più classico è quello di Richard Wagner, che le biografie tratteggiano più o meno come quello che suole definirsi, con sottile eufemismo tardoetrusco, un "pezzo di mota", il che peraltro non gli ha impedito di lasciarci un patrimonio di musiche immortali.

Nel suo genere anche Reginald Dwight, che il nome d'arte l'aveva già all'anagrafe e forse non avrebbe avuto bisogno di ribattezzarsi Elton John, è stato più di ogni altra cosa un prolifico inventore di dolcissime melodie. Per quanto ci abbia lasciato qualche impeccabile rock come "Saturday Night's Alright For Fighting" o "Crocodile Rock", più lo ascolto più mi è difficile concordare con chi lo definisce rockstar; piuttosto lo vedo come l'ultimo grande discendente dei crooners anni '40 e '50. Tutto in lui è impostato secondo criteri classici, dalla voce stentorea, decisamente gradevole e intonata, alla valida tecnica pianistica che impreziosisce le sue melodie e le personalizza, specialmente all'inizio. Di certe canzoni si può dire a botta sicura fin dalle prime note "E' Elton John" proprio grazie alle nitide introduzioni di pianoforte. Un crooner con autore incorporato, a differenza dei cantanti melodici di un tempo, come Frank Sinatra, Bing Crosby & C. , che avevano i loro Cole Porter, Irving Berlin e così via. Elton John ha avuto solo l'appoggio del fido paroliere Bernie Taupin, ma per le musiche ha quasi sempre fatto da sé.

L'album del 1970 che porta il suo nome è il secondo, dopo l'acerbo "Empty Sky". Da molti è visto come un esordio, perché in effetti rappresenta il suo trampolino verso un successo strepitoso, che in pratica non lo ha più abbandonato, anche se solo negli anni '70 è stato giustificato da prove convincenti, mentre in seguito si è trattato più che altro di grande furbizia nell'alimentare il mito di sé stesso. "Your Song" è indubbiamente il brano trainante dell'intero album, destinato a restare per decenni uno dei cavalli di battaglia del crooner inglese. Non si può dire che questa fama sia usurpata: si tratta di una canzone particolarmente ispirata e romantica, dapprima esposta per intero con tenue accompagnamento di pianoforte, archi e chitarre, successivamente ripetuta da capo con maggior piglio e con l'apporto di elaborati intrecci ritmici di basso e batteria, che con la dovuta discrezione si mescolano agli altri strumenti. Ma si tratta di una gemma di bellezza ormai conclamata; è più interessante andare a scoprirne altre più nascoste, il cui splendore è stato offuscato proprio da quella più vistosa. Intanto la breve, troppo breve "I Need You To Turn To", che vede Elton John alle prese con le note argentine di un clavicembalo al posto del consueto pianoforte, ma con esiti altrettanto brillanti, anche grazie all'apporto di una sezione di archi che non sommerge questo delicato carillon sotto strati di stucchevoli sviolinate, ma si limita a fornire al suono la consistenza necessaria, senza un grammo di più. La sapienza di un arrangiatore come Paul Buckmaster del resto si avverte in gran parte dei brani, e proprio l'equilibrio degli accostamenti strumentali evita almeno in parte quella sensazione di "sound datato" che ci si aspetta da un disco di 37 anni fa.

"First Episode At Hienton" è di gran lunga il momento più strappalacrime: sulla scia degli acerbi ricordi di amori adolescenziali di Bernie Taupin si sviluppa un tema di dolente intensità, con un crescendo emotivo sottolineato dall'inquietante fischio di un moog, all'epoca il massimo che la tecnologia poteva offrire. "Sixty Years On", introdotta da un discutibile "effetto alveare" degli archi, si riscatta ben presto con il suo motivo malinconico e la sua orchestrazione pomposa, contrapposta alle note spagnoleggianti di una chitarra classica. I Nomadi ne ricaveranno una versione italiana un po' più lamentosa, intitolata "Ala Bianca".

"Border Song", insieme a "Your Song" il brano più famoso del disco, si caratterizza per il dialogo vagamente gospel tra Elton John e il coro, oltre che per la perentoria entrata della batteria nella seconda strofa. Non ha avuto invece il successo meritato l'ottima "The King Must Die", con la sua classica introduzione pianistica, base di partenza da cui un Elton John insolitamente "caldo" si lancia in ardite evoluzioni vocali di stampo blues-soul, che a tratti evocano addirittura l'urlo viscerale e puro di Van Morrison.

Ciò che rende questo album il mio preferito di Elton John, a parte l'incredibile epopea finto-western di "Tumbleweed Connection", è la presenza di molti lenti, genere in cui il nostro eccelle. Nei pochi casi in cui tenta di darsi una mossa invece gli esiti sono piuttosto modesti. Vale per la ripetitiva "Take Me To The Pilot", che pure ha conosciuto un discreto successo, forse grazie alla sua ipnotica ossessività, un po' da spiritual. Vale ancor più per l'insipida "The Cage", con i suoi ululati, e direi che vale anche per il blues strascicato "No Shoestrings On Louise": per roba di questo genere meglio rivolgersi ai Rolling Stones (quelli dell'epoca, non quelli attuali), che ci mettono la giusta foga e quel loro suono inconfondibilmente "sporco". Cosa che non si può pretendere da un vecchio crooner sentimentale come Elton John.

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