Palma d'oro al Festival di Cannes 1978, film capolavoro del cinema italiano, molto amato anche all'estero nonostante la fortissima connotazione, in primis linguistica, territroriale, per via delle sue tematiche così universali e capaci ancora oggi di toccare chiunque.

L'albero degli Zoccoli,

opera sulla lontananza e vicinanza rispetto a un mondo del passato, da cui Olmi e la sua famiglia ebbero origine, ma da cui tutti abbiamo in qualche modo origine. Il mondo del passato ci guarda e può sempre insegnarci qualcosa di profondo e spirituale, al di là del concetto religioso in senso stretto. Aspetto religioso sempre, comunque, importante nella poetica di Olmi. Cattolico di formazione, "aspirante cristiano" per autodefinizione.

Laddove Fellini, con Amarcord, ci mostrava i suoi ricordi dell'epoca fascista, distorti nelle nebbie del Tempo e dei sogni, con la capacità unica del maestro riminese di rendere tutto vero attraverso la falsità e la distorsione, quel che viene mostrato, ricostruito, infine rappresentato con il massimo del realismo possibile ne L'albero degli Zoccoli, a partire dall'uso di attori non professionisti ma scelti direttamente dal mondo della campagna bergamasca, è il mondo contadino che reggeva sulla consapevolezza di una condizione immutabile nelle difficoltà, nella povertà, nel senso di comunità e sui valori del mondo di sempre. Prima di qualsivoglia forma di progresso sociale, politico, economico. Per quanto qualche piccolo seme cominciasse a germogliare sotto forma di piccoli comizi cittadini.

Queste le parole, a tal proposito, con cui Gilles Jacob, importante critico francese, premiò il film di Olmi nel '78 con la Palma d'oro a Cannes, di cui era direttore.

"Qui Olmi è molto più di un regista: è un vero autore. I temi di questo autore sono i valori della famiglia, l'amore per i proprio cari e le proprie radici, il ritorno alla terra. Sono stato immediatamente sedotto da L'albero degli zoccoli, dalla sua miscela di dolcezza angelica e vita reale."

Con queste parole, invece, lo stesso Olmi parla dell'episodio centrale della miracolosa guarigione della mucca all'interno della sua opera:

"La guarigione della mucca è un episodio che è capitato a mia nonna, quando, dopo la prima guerra mondiale, rimase vedova con dei figli, e questa mucca in condizioni disperate la indusse ad andare nella chiesa di campagna, dove originariamente passava un fiumicello. Perciò l'acqua che passava sotto la chiesina era acqua benedetta, e lei ne prese un fiasco. Mi ricordo che disse: "Volevo assolutamente quella grazia. Il Padreterno non poteva abbandonarmi." La fede di queste persone era talmente granitica, che faceva scattare un atteggiamento molto giusto e consapevole, perché in un rapporto d'amore non può esserci chi è vincente o perdente, chi sta sopra e chi soccombe. Nell'amore ci sono diritti e doveri, quindi mia nonna, nel suo rapporto d'amore con il Signore, ha fatto valere i suoi diritti. Trovo che sia un atteggiamento doveroso. Nella fede di oggi sono rare queste tensioni, queste passioni, e invece c'è bisogno che si creda nel Padreterno o in se stessi e si dica "Io pretendo da te". Purtroppo, si avverte nella società attuale un raffreddamento nella fede, non sono quella tradizionale, ma anche in quella nell'uomo, nella natura, nella vita."

Sempre Olmi parla così di un aspetto molto importante, concettualmente, nel suo cinema, quello del mistero:

"Il mistero rappresenta lo spazio nel quale la nostra fantasia, la nostra capacità di immaginare esercita finalmente la facoltà della libertà. Nell'immanente la libertà ha sempre connotazioni che la contraddicono. Dio stesso nel momento in cui ha compiuto l'atto della creazione ha rinunciato a una parte della sua libertà. Il mistero è quello spazio, né qualificabile né quantificabile, che consente all'uomo di compiere, attraverso una libertà pressoché totale, il suo atto creativo."

Come il celebre film di Fellini, e come anche Novecento di Bertolucci, questo di Olmi è un viaggio a ritroso nella nostra storia, attraverso cui riflettere, su cosa sia rimasto e cosa inesorabilmente andato perduto nelle sabbie del Tempo. Su chi siamo e chi eravamo. E su chi erano i nostri padri e nonni.

E un film, come accennava Jacob, sulla sacralità e centralità millenaria della Terra, tema che ritornerà, in vesti più fantastiche, ne Il sergeto del bosco vecchio, con un memorabile Paolo Villaggio.

Film di grandissima e straordinaria umanità, cui non mancano anche momenti forti, senz'altro un'esperienza importante da vivere. Visivamente e sensorialmente (dove la suggestiva colonna sonora con brani di Bach e Mozart, e la splendida fotografia, curata da Olmi stesso - autore totale della sua opera più personale e rappresentativa -, non temono il confronto con quelle delle opere di Tarkovskij). Ma anche a livello più intimo.

Da vedere nella versione in dialetto bergamasco (comprensibilissimo e famigliare, in realtà, per qualunque lombardo), per comprenderne appieno l'autenticità ed il valore delle radici.

E, senza per forza voler spingere sulla retorica data da questo particolare momento storico (di recente è stato dato in tv come omaggio alla città di Bergamo), vedere L'albero degli Zoccoli oggi, può dare qualcosa di ancor di più.

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