Ci sono dischi che nascono per stare nel loro tempo, e altri che sembrano aspettare il momento giusto per riaffiorare. “Dove va la tua strada” degli Exit appartiene senza dubbio alla seconda categoria: un frammento di passato che riemerge con la forza di una visione rimasta sospesa per cinquant’anni. La storia stessa del disco ha qualcosa di romanzesco. Ritrovato quasi per caso, come un reperto prezioso nascosto tra le pieghe della memoria musicale triestina, questo LP è molto più di una semplice pubblicazione postuma: è una restituzione. Un atto di giustizia nei confronti di una band che, pur non avendo lasciato tracce ufficiali all’epoca, possedeva già allora un’identità sonora sorprendentemente matura.
Fin dalle prime battute, si percepisce un’urgenza espressiva che richiama il miglior progressive italiano dei primi anni ’70. Le atmosfere oscillano tra la tensione oscura e teatrale tipica degli Spettri e le architetture più articolate del Rovescio della Medaglia, mentre certe aperture chitarristiche evocano l’energia visionaria dei Garybaldi. Ma gli Exit non suonano mai come un semplice riflesso di queste influenze: c’è una spontaneità ruvida, quasi istintiva, che rende il loro suono vivo, imperfetto nel senso più autentico del termine. Il lavoro di recupero dei nastri è stato fondamentale, ma non ha snaturato la materia originale. Al contrario, lascia emergere ogni sfumatura: il graffio della chitarra di Goran Tavčar, elegante e insieme viscerale; il basso di Paolo Bassi, capace di muoversi con disinvoltura tra pulsioni rock e sensibilità jazz; la batteria di Euro Cristiani, dinamica, narrante, mai relegata a semplice accompagnamento. È un interplay che racconta di musicisti veri, con esperienze profonde e linguaggi già pienamente formati. “Dove va la tua strada” non è solo una domanda rivolta all’ascoltatore, ma sembra essere il filo conduttore dell’intero disco. Le composizioni si muovono come percorsi irregolari, talvolta inquieti, talvolta contemplativi, sempre sospesi tra ricerca e slancio emotivo. C’è un senso di viaggio, di direzione incerta ma necessaria, che attraversa ogni traccia.
Ascoltare oggi questo album è un’esperienza quasi straniante: da un lato si avverte tutta la sua appartenenza a un’epoca irripetibile, dall’altro la sua freschezza lo rende incredibilmente attuale. È come aprire una finestra su ciò che il rock italiano avrebbe potuto essere, se alcune storie non fossero rimaste sepolte troppo a lungo.
La pubblicazione su vinile da parte della Black Widow Records non è solo un’operazione filologica, ma un vero atto d’amore verso una scena e un suono che meritano di essere riscoperti. E gli Exit, finalmente, trovano la loro strada—e la fanno trovare anche a noi.