Uhm. Sto figurandomi una situazione, una di quelle tipiche mie. Immagino due fratelli, uno di vent'anni e uno più piccolino di quattordici anni che si sono cavalcati gli ottanta in pieno: il primo da adolescente gasato, il secondo da piccola spugna di musica concessa dall'alto tribuno fratello maggiore. Sto parlando proprio di anni inclusi tra il 1980 e il 1989. Fino al 1989 il grande avrà tenuto lezioni di hard rock somministrando al piccolo - e a piccole dosi - tutti i leader della scena. "I Motley Crue sono il non plus ultra dello street glam, i WASP dominano lo shock rock" e bla bla bla. Generi divisi a compartimenti stagni anche dalle copertine dei dischi. Effettivamente c'era chi sceglieva la via dell'illustrazione, chi quella fotografica, chi quella violenta, chi quella pacifista. Insomma, i kidz dell'epoca si trovavano a vivisezionare un genere e a definirne in maniera maniacale tendenze, categorie, sfumature e una griglia da riempire con tutti i gruppi. Poi è arrivato il 1990. E lì, questo fratello maggiore avrà avuto problemi. O forse non ne ha avuti proprio. "L'apice dell'apoteosi, la fusione perfetta". Forse in questi termini si sarà espresso parlando dei Firehouse e del loro primo, omonimo, disco. Come inquadrarli? Ci sono più strade da percorrere per descriverli e io proverò ad imboccarne quante più possibile per lasciare spazio alla suggestione.

Strada n°1. I Firehouse hanno rappresentato l'ultimo baluardo a difesa dell'hard rock, proprio nei fatti. Sono stati i "300" del rock duro, definitiva resistenza alle intromissioni di Alice In Chains e Nirvana agli American Music Awards del 1990 prima della capitolazione. Il trono dei suoni metallici è stato difeso in quella manifestazione da questo disco, che ha strappato (credo per l'ultima volta) la prima posizione alle emergenti bande grunge.

Strada n°2. I Firehouse hanno badato al mercato. Con un occhio particolare a quello orientale che li ha tenuti in vita perché ne ha irrorato le finanze per anni e anni fino ad oggi. C'è da dire che l'ambiente giapponese è stato sempre consumatore di musica di alto livello, per cui questo potrebbe essere un punto di vantaggio, soprattutto a favore di questo Firehouse che, volenti o nolenti, si è guadagnato il rispetto - a volte tacito - di tanti rockers.

Strada n°3. L'esordio dei Firehouse è una specie di glam troppo tecnico. E ci potrebbe stare. L'ho sentita dire questa cosa e per questo la riporto. Strada n°4. Firehouse è il miglior tentativo di avvicinare il rock FM della east coast a quello sleaze delle west coast. E questa strada è quella che mi sento di imboccare senza timore alcuno. Direi che anche geograficamente - attenzione di fatto vengono dal North Carolina - , i Firehouse potrebbero collocarsi al centro degli Stati Uniti d'America, nelle lande desertiche e arrostite dal sole, dove stanno bene cactus e rettili. La loro musica è rettile perché ha saputo unire gli algidi marmi delle composizioni class di New York e dintorni a quelle glam sleaze di Los Angeles e zone limitrofe prendendo i lati più eccessivi di entrambe. Eccesso di pulizia, compattezza, e alterigia dall'est. Eccesso di ammiccamenti, temi amorosi, pezzi d'asfalto dall'ovest. Proprietà organolettiche di una musica che, per resistere alle intemperie, proprio come un cactus - appunto - riesce a trattenere molto dentro di sé, senza concedersi a facili riproposizioni. Come dire. Di Firehouse, con il primo Firehouse, ci sono stati solo loro.

Prima di mettere mano alla descrizione dei momenti principali di Firehouse, premetto che io non sono uno dei più grandi fan della band. Per me sono quelli che se la menano un po' troppo ma su cui non c'è proprio nulla da eccepire. Sono bravi, sono user friendly, sono lì pronti per il consumo. Cosa ci puoi fare? Ascoltare questo disco, forse realmente perfetto per i canoni dell'epoca, e per questo patinatissimo, leopardatissimo, rettilissimo. Così issimo da sentirci dentro poca umanità. Dargli 5 significa riconoscere un contributo importantissimo e certificato. Un po' mi è pesato, però.

Andiamo direttamente a Rock On The Radio che, già nel titolo, ha la struttura di un pezzo nato figaccione e con i peli sul petto che all'epoca tanta virilità glamster esprimevano. Un'apertura pulitissima ed energica come ce ne sono state tante. I Firehouse, ostentando le proprie capacità ammalianti e tecniche, non perdono occasione di giocarsi subito la carta pesante: All She Wrote. Testo scritto per andare a genio di uomini e donne (soprattutto con gli occhi a mandorla) e brano che per me è il migliore della loro discografia. Sleaze e street al punto giusto, di fattura liscia come le gambe di Eva Erzigova appena depilata. Questa song non è mai diventata un singolo e nel 2010 stiamo ancora a chiederci perché. Bah. Primo singolo invece è stata la monella Shake& Tumble, canzone scelta apposta per andare in radio a propinare il verbo della casa in fiamme. Rock duro e maschio, sorridente e muscoloso. Un successo annunciato. A questo punto ti aspetti il pezzo che allenta la tensione e invece, questi scomodi compagni di viaggio, (musicalmente) troppo belli per essere veri, ti sparano la smorfiosissima e teen Don't Treat Me Bad. Un pezzo bello, come no, ma troppo troppo confezionato. I Firehouse volevano vendere, non c'è dubbio. Per questo io lo definisco un brano venduto. Ritornelli che strizzano l'occhio al flusso levigato delle chitarre. Una voce mocciosa e graffiante - per tutto l'album - ci parla di un poser come ce ne saranno stati pochi. Arrivati al quarto brano, pure i detrattori devono ficcarsi la coda tra le gambe e quantomeno stare zitti perché non si può parlar male dei Firehouse, si farebbe una evidente brutta figura.

I nostri semidei, fatti di carne ed ossa ma generati dal dio del rock, con una naturale e sfarzosa perseveranza continuano a fare musica di classe, estrema classe, lussuriosa classe, nella robustissima Oughta Be A Law dove le chitarre vengono fatte stridere da mani coperte di guanti di pelle umana. Una cosa prepotente, direi, che mi provoca fastidio e comunque ammirazione. La rattiana e old school Lover's Lane ci propone velocità e si mantiene sui livelli descritti fino ad ora. Siamo a sei brani e ormai abbiamo fatto i conti con musica super, che ti da un tot e si prende dieci volte quel tot: trasmette emozioni ma pretende applausi. Un po' il livello cala con il trittico successivo dove ci sono le più scontate Home Is Where The Heart Is, Don't Walk Away e Seasons Of Change. La prima è un mid-tempo che assomiglia a una ballad senza esserlo. La seconda è una classica dimostrazione di forza e di branco. La terza un trascurabile inserto acustico. Prepariamoci al gran finale. Overnight Sensation ama le due ruote e su di esse corre, pregna di una potenziale ballabilità niente male. Love Of A Lifetime è la ballad che avrà fatto innamorare tra di loro anche le stelle della bandiera americana, in qualità di brano poppissimo e fatto proprio per quel popolo che lo ha premiato con una classifica vertiginosa. Ma a me non piace troppo. Helpless è la carrellata finale su tutto il disco che ha il compito di farti attendere con trepidazione il successivo e di farti sentire soddisfatto dopo la ballatona spalancagambe precedente.

E quindi anche sui Firehouse ho detto la mia. Sono controverso io, visti i miei giudizi un po' piccati, seminati qua e là. Di certo non lo sono loro che con una spavalderia guascona hanno dato filo da torcere al grunge, al rock e a quanti gli si siano avvicinati. Suonano ancora e lo hanno praticamente fatto senza staccare mai la spina. Sono sicuramente, me ne voglio convincere, uno schizzo del dio rock. Altrimenti, spiegatemeli voi.

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