"Quando i Nirvana si sciolsero non sapevo davvero cosa fare. Le nostre vite e il nostro mondo erano sconvolte. E' difficile immaginare di suonare ancora dopo eventi del genere. E' stata davvero dura, ho sempre scritto e registrato canzoni da solo, ma non volevo suonarle davanti a qualcuno".
Si può certamente discutere sul signor Dave Grohl; batterista di una delle band più amate degli anni '90, i Nirvana, e, dopo la tragedia della morte di Cobain, frontman di una delle band rock più apprezzate del pianeta, i Foo Fighters. Si può discuterlo, dicevamo, ma non certo negare l'evidenza dei fatti; in maniera positiva o negativa (a seconda dei gusti e dei punti di vista), ce l'ha fatta per la seconda volta. Stavolta da solo.
Liberarsi dei fantasmi passati è una delle sfide più difficili che la vita ti obblighi ad affrontare. Dave non suona la batteria nei Foo's, perlomeno non dal vivo (solo sporadicamente, per qualche pezzo tipo "Cold Day In The Sun"); la sua anima di drummer è sempre dietro a "quelle" pelli, al servizio delle urla strazianti di Kurt. Ma non lo ha mai ammesso pubblicamente sin'ora. Lo fa per la prima volta in questo nuovo, bellissimo album.
"Let It Die", canzone fulcro del nuovo lavoro, parla per la prima volta (dopo tredici anni di carriera praticamente solista) di Kurt, dei Nirvana, di quei maledetti giorni. Il pezzo è un crescendo di rabbia, mai rassegnata però; quando ti aspetti un'eterna ballata, i toni si alzano e le chitarre iniziano a graffiare, il canto di Dave (che non è mai stato un grande singer ma c'è da dire che ormai se la svanga più che bene) si fa urlo e il pezzo si chiude proprio quando sta per esplodere definitivamente. Ottimo ed abbondante il primo estratto "The Pretender", scelto sia per anticipare il disco che per aprirlo; perfetto il lavoro sulle chitarre, ritornello gradevole ma non scontato, in definitiva uno dei loro migliori singoli dai tempi dell'inarrivabile "Everlong". Convincenti anche le melodie di "Long Road To Ruin", candidata a futura gloria radiofonica.
I fan dello zoccolo duro non si spaventino: non mancano le classiche sfuriate alla Grohl, vi basti sentire botte di energia come "Erace/Replace" o "Cheer Up Boys, Your Makeup Is Running" (stilettata nemmeno troppo velata ai "colleghi" del filone emo?). Non mancano neppure retaggi dell'esperienza acustica fatta col cd 2 di "In Your Honor" o col live "Skin And Bones", come l'acustica "Stranger Things Have Happened" o lo splendido e particolarissimo strumentale "The Ballad Of The Beaconsfield Miners" (che contiene l'unica collaborazione del disco, quella con Kaki King) e la ashcroftiana "Statues". Bella ed interessante anche la chiusura, affidata ad una "Home" per piano e voce dai vaghi sapori "jazzy".
Bell'album, questo "Echoes...", che lima le incertezze e le esagerazioni del precedente "In Your Honor", e ci riproponi i bravi Foo's ancora in buona forma. Decisivo il ritorno alla produzione di Gil Norton (Pixies), già alle "manopole" per il mostruoso "The Colour And The Shape".
Let It Live.
"The Pretender è il brano migliore della scaletta, un pezzo tiratissimo e grunge con una sinergia invidiabile tra voce e chitarra."
"L'album è meritevole di attenzione ma richiede almeno un paio di ascolti per essere apprezzato appieno."
Un album brutto? Certo che no, tutt’altro. Molto godibile, ma forse un po’ piatto.
Dave Grohl è davvero una leggenda vivente del rock’n’roll, e quindi, tuttosommato, glielo si può perdonare.
Con Echoes, silence, patience and grace i Foo fanno il passo più lungo della gamba.
Si ascolta un bell’assolo anni 70 soprattutto in "Long Road To Ruin", canzone orecchiabilissima e di sicuro futuro singolo.
"Per sopravvivere nel music business tutti questi anni qualcosa di speciale i Foo Fighters devono avercelo."
"La perla dell'album è nel finale, 'Home'. Solo la sua voce e il piano, quasi a dimostrare che può farcela anche da solo."