Sinossi
La sinossi sembra quella di un exploitation movie degli anni Settanta. E in parte lo è, ma solo in parte.
Ah, questa parzialità è Tutto.
Il film con le scene iniziali parte dalla Cina.
1995; politica del figlio unico in pieno vigore.
I genitori delle piccole Yun e Mei decidono di tenere segreta la seconda figlia per evitare denunce. Fin da bambine, le due figlie vengono educate alle arti marziali.
Trent'anni dopo, Mei arriva a Roma, al quartiere Esquilino, in cerca della sorella scomparsa. Troverà un ristorante cinese che è anche un bordello, un boss della malavita italo cinese, un cuoco romano impacciato e pieno di cuore, una famiglia in crisi, e più violenza di quanta ne stia cercando.
E quanto è bravo questo Mainetti. Per essere un Top Player gli mancano ancora la visione di insieme, quella suggestiva visione dall'alto. Che del resto detengono solo i Grandi.
Ma lui è già tanta roba. Il combattimento iniziale del film è uno dei momenti più alti, il regista è andato a scovare una giovane stuntwoman cinese, Yaxi Liu, alla ricerca mirata di una ragazza che fosse davvero cresciuta con le arti marziali.
Perché un corpo che sa davvero combattere ha un'artigianalità dell'azione che non è riproducibile, e lo dico a voi che so essere soprattutto amanti del vinile ed avete ancora una cognizione di quello che è sacro e di quello che è digitale. La differenza è in quel battito d'ali e quel battito è tutto nel cinema. E' nello sguardo e nelle pupille in tensione che tradiscono i battiti accelerati del cuore, è in quei sospiri che sono attimi eterni, nei momenti in cui un marzialista autentico legge la situazione prima di agire, nel modo in cui il peso si sposta, nel respiro che si sente vibrare nell'aria. Mainetti si è affidato a un fight coordinator d'eccezione, il talento cinese Liang Yang che ha già lavorato con Tom Cruise, per realizzare qualcosa che nel nostro cinema probabilmente non si era mai vista, almeno non in questi termini. Il primo combattimento inizia in una cucina di stampo asiatico per poi aprirsi lungo le strade del rione romano Esquilino, e risponde a tutte le regole classiche di genere. In primis le armi non si portano, si trovano nel luogo del combattimento. Il primo combattimento nelle cucine usa oli e fornelli come armi letali. Il secondo principio riguarda la fluidità dell'azione, che risulta sempre chiara, precisa, non ci sono troppi tagli, ogni elemento scorre fluido; la regia alterna campi lunghi a primi piani chirurgici sui colpi più significativi, mantenendo la tensione palpabile. Il terzo elemento riguarda la fisicità del suono, un sound design ricercato che fa sentire i colpi in modo viscerale, l'influenza del cinema di Hong Kong che aveva capito che il suono delle arti marziali è quasi più importante dell'immagine ; il crack di una articolazione, il sibilo di un colpo sferrato nell'aria, l'impatto sordo di un corpo sul pavimento: questi suoni lavorano direttamente sul sistema nervoso dello spettatore, bypassando la mediazione intellettuale.
Dopo questa prima scena ed il suo impatto vertiginoso sull'intero proseguimento del film, veniamo al cuore del problema, e del miracolo. A quell'atlante impossibile della questione dei generi - La città proibita non è un film di un genere- è un film che attraversa almeno cinque o sei generi con la velocità di un treno che non si ferma nelle stazioni minori, e la domanda legittima è: questo è un punto di forza o una debolezza strutturale?
Da un certo momento in avanti Mainetti mescola tutto: la Cina e Roma, kung fu e sentimenti, la commedia alla Steno e la revenge story, la violenza marziale e l'indolenza capitolina, il melodramma familiare e gli inghippi della malavita, i noodles con l'amatriciana. Questa miscellanea anche se talvolta caotica è il risultato di una precisa scelta culturale e cinematografica, quella caratteristica tipica del cinema orientale di mettere assieme i generi più disparati. Girato nel rione Esquilino di Roma, luogo dove l'Italia si confronta fisicamente ogni giorno con la propria trasformazione demografica tra turisti che cercano le terme di Diocleziano e immigrati di terza generazione che parlano romanesco, nella moderna trasfigurazione delle Vacanze Romane di Wyler, citato nel rapporto tra la straniera a Roma e Marcello che diventa sua guida involontaria, scenario ribaltato di segno e privato della dolcezza innocente per essere immerso nella violenza di una Roma che non ospita principesse ma immigrate sfruttate.
E poi c'è quel punto critico, dopo il coraggio, l'ardore così ben dipinto dell'abbandono al combattimento e quella Roma multietnica così lontana dal disagio sociale ma colorata di pittoresco folklore, arriva quel momento di vanagloria dove il film sfida se stesso, e perde.
Il lato romance nella seconda parte del film e certe atmosfere e deja vu rimanderebbero senza neanche troppi doppi sensi alle romanticherie di Wong Kar-wai, ma sembrano in quella fisicità originaria incomparabile vette troppo alte da replicare. Questo è il punto dolente, l'amore tra Mei e Marcello, la spina dorsale emotiva della seconda parte, è il momento in cui il film paga più duramente il prezzo della sua ambizione. Wong Kar-wai costruisce quella distanza e quella tensione romantica attraverso anni di lavoro su un'estetica del tempo sospeso che è quasi irraggiungibile, nel 2026. Mainetti la cita ma non la raggiunge, e il rischio è che la seconda parte del film sembri cedere a ciò che la prima parte aveva accuratamente evitato: il sentimentalismo come scorciatoia emotiva.
Al netto di tutti i rischi che un'opera di questo genere, prodotta e distribuita in Italia si porta sulle spalle, in sé il film complessivamente si prende il lusso di sbagliare in grande. E sbagliare in grande, quando si parte da un'ambizione autentica, vale infinitamente di più che riuscire in piccolo.