Il congiungimento di due generi talmente potenti ed energici come punk e metal è (a mio personalissimo parere) una delle cose più esaltanti avvenute nel panorama musicale degli anni '80. In questo specifico caso la nuova ondata di punk britannico (meglio conosciuto come UK 82), decisamente più veloce, frenetico, violento del suo predecessore settantasettino, unito a tipici riff e talvolta brevi soli metal ha dato vita a una delle band più importanti della scena punk di sempre. E non bastasse questo, una delle band fautrici della nascita del thrash metal, dato che i vari Metallica, Slayer, Supultura citano il loro nome tra le loro influenze.
G.B.H ovvero Grievous Bodily Harm, sigla usata nel sistema giuridico inglese per segnalare le aggressioni.
Nel 1982 i "Punk Junkies" misero sul mercato il migliore lavoro (fino ad ora) della loro carriera, questo "City Baby Attacked By Rats" che senza ombra di dubbio può essere considerato una pietra miliare del punk; testi che come non altri sorreggono un punk tanto sfrecciante quanto cattivo, dalla pungente ironia di "Sick Boy" (vedo ragazzine di scuola dappertutto / gonne corte e capelli a coda di maiale / ma perchè devo soffrire per essere un amante di palestra e slip?) al fetente maschilismo di "Slut" (ti voglio per il tuo busto / e ora voglio una notte di lusso / troia, troia sporca put**na), dalla rabbia per le giovani morti nelle guerre in "Gunned Down" (solo un bambino ora sarà / sparato giù sparato giù / sentirsi come una pietra in una guerra di loro proprietà) alla feroce critica contro un Dio inesistente in "The Prayer For A Realist" (non c'è nessuno lassù, non c'è mai stato / c'è troppo da soffrire per lui per essere un potere onnipotente, un essere paradisiaco).
I maggiori brani storici dei G.B.H sono proprio in questo album, dalla già citata "Sick Boy", "Maniac" sino alla title track, vero inno della band. Come già detto, un punk rabbioso sorretto dalla voce schietta e dura del grande Colin Abrahall e dagli immancabili spunti metal offerti dal chitarrista Colin Blyth; entrambe le caratteristiche si esaltano nell'ultima traccia del disco, "Bellend Bop": qui è dove la chitarra tendente al metal si scatena di più, assoli sparsi dall'intro iniziale per poi proseguire tra una strofa e l'altra; qui è dove la voce di Colin è folle come non mai, tanto da lasciarsi andare ad acuti e urla da vero schizzato mentale; e tutto questo per la bellezza di più di 5 minuti, cosa davvero rara in un disco punk. Insomma, un disco che si erge tra i primi posti nell'eccellente produzione hardcore degli '80, e che darà spunto a diversi gruppi punk negli anni successivi.
A rendere poi il tutto ancora più notevole, il fatto che tutt'ora la band conserva i 3/4 della formazione degli esordi e che continua ancora a fare, a livelli eccellenti, esibizioni live in giro per America ed Europa, nonostante l'età media dei componenti abbia raggiunto i 40 suonati.
Un punto di partenza per qualsiasi neofita del punk, un disco immancabile nella collezione degli amanti del genere.
Questo disco è quello che per me rappresenta la musica perfetta.
Le chitarre sembrano scariche elettriche musicali... pura marcia adrenalina di classe.