Si puo' davvero parlare criticamente di un film che in due settimane scarse raccoglie 55 milioni di euro d'incasso e, al momento, porta al cinema 7 milioni di italiani? (Record attuale: "Quo Vado?", 65 milioni d'incasso e 9 milioni di spettatori). Zalone batterà Zalone? Perchè poi alla fine è vero che gli incassi contano poco e tutto va rapportato all'inflazione, ma se nel 1972 "Il padrino" portò al cinema 16 milioni di italiani (ma era il 1972, e le sale cinematografiche erano il triplo di quelle di oggi) in Italia nessuno, da molti anni, riesce a mobilitare le folle in questo modo (e non parlatemi del primo "Avatar" con i prezzi gonfiati dal 3D!). Zalone fra pochi giorni avrà superato quota 65 milioni e chiuderà, mi faccio premonitore, sui circa 10 milioni di biglietti staccati. Numeri che da soli tengono in piedi l'industria cinematografica italiana. Sul perchè Zalone piaccia così tanto si è detto di tutto (qualcuno lo ha paragonato persino a Sordi, ma lascerei perdere): è nazionalpopolare; è "meravigliosamente mediocre" (per citare una battuta dal suo primo film, "Cado dalle nubi", 2009); fa entrare in un cinema anche chi non ci entra mai (papà, mamme, nonni, nipoti, zii: tutti insieme appassionatamente); piace agli adolescenti e ai boomer; ride dei nostri difetti e delle nostre miserie umane, come da sempre esige la commedia italiana (no, non è Monicelli, né Risi, né Scola: ma "Quo Vado?" è forse la commedia italiana più bella degli ultimi trent'anni): o, semplicemente, fa ridere.
"Buen Camino" non è il suo film più riuscito, ma nemmeno il peggiore (che io identifico in "Sole a catinelle", 2013): è la storia di un riccone imbruttito (Zalone con parrucca bionda: tranquilli, dopo venti minuti gliela strappano via) con il padre mezzo in coma (i soldi li ha fatti il padre, il figlio ci campa allegramente, organizzando enormi feste egizie nella sua mega villa in Sardegna, e più che al fu Berlusconi il pensiero va a Gianluca Vacchi) che scopre che la figlia, alternativa, è partita per il Cammino di Santiago. Forzatamente, ci va pure lui. E qui succedono un sacco di cose.
Nunziante (il fido regista-amico di Zalone, che diede forfait solo in "Tolo Tolo", 2020) è, come al solito, bravissimo nel dettare i tempi del racconto. I suoi film durano sempre 90' (eresia andare oltre) e il ritmo è sempre altissimo: accade tutto velocemente, le battute si srotolano una dietro l'altra e, a differenza di un normalissimo cinepanettone, la noia e la ripetitività cedono il passo, appunto, al ritmo e alla goliardia. Zalone è Zalone, è sempre lui, anche da ricco (con il super yacht Zalonious II), con le sue smorfie, la sua faccia, la sua mimica. Che irrida i nuovi Paperoni o prenda in giro il mito dell'italiano amante del posto fisso è sempre lui: Luca Medici, alias Checco Zalone. A me pare, pero', che ogni tanto la sceneggiatura s'inceppi o, semplicemente, sbagli mira. Il primo tempo, con Zalone ricco e strafottente, funziona a tratti e le risate (misurate in una sala sul porto di Genova strapiena) paiono trattenute, insomma si ride col contagocce (anche se la battuta sul tizio che vive in Sardegna a Villa Zalone dicendo di essere il padre della figlia dello Zalone stesso, fa ridere: "E' l'unico palestinese che occupa un territorio. Gaza, Gaza mia"; e non è malaccio nemmeno quella sui rifugi dei "camminatori" simili a lager: "Wow, sembra di essere in un film", "Quale?", "Schindler's List"), complici alcune freddure buttate lì un po' a caso (la 25enne, in apparenza, nuova fidanzata di Checco nata a Città del Messico ma, dice lui, non mi vuole dire in quale città). Il secondo tempo, pero', finalmente libero da parrucche e libero di poter fare in fondo lo Zalone è uno spasso continuo, e gli ultimi 30' sono un fuoco di fila di risate. Certo, in altri suoi film si rideva di più, ma tant'è, gli va dato atto che non è mai comicità volgare, nemmeno quando, dopo il finale, si trasforma nel ballerino di flamenco Joaquin Cortison e ci canta "La prostata inflamada" (d'altronde Zalone ha appeno compiuto 50 anni!).
Con qualche sorpresina: nei suoi film le attrici sono sempre brave e in parte, non fa eccezione Beatriz Arjona (la quarantenne "camminatrice" che accompagna Zalone nel faticoso cammino). E alla fine, vabbè, lui si redime e i buoni sentimenti vincono (anche se non tutti finiranno bene, lui compreso, che pensava di fidanzarsi con la suddetta Arjona e invece lei...). Anche se Martina Colombari, invecchiata e ingrigita nel fisico e nei capelli, nella parte della ex-moglie di Zalone è una (curiosa) sorpresa.
Poi si puo' discutere per ore del fatto che Zalone monopolizzi tutti i cinema italiani (in alcuni piccoli paesi o ti becchi lui o nulla, e quest'anno è uscito anche il nuovo film di Park Chan-wook), pero' si sa come va il mondo, e Zalone è aria fresca nei polmoni degli esercenti cinematografici. Io credo che le cifre, forse un po' più basse, le avrebbe fatte anche qualora fosse uscito in meno sale, ma alla fine, lo voglio dire, senza scomodare paragoni illustri di un cinema che fu e che mai più sarà, non sono nemmeno prodotti buttati via, un loro ordine, una loro logica (e anche una discreta, chiamiamola così, impaginazione) ce l'hanno.
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